Camillo Villani MigliettaRoma, 24 gen – La recente riforma del sistema bancario popolare, contenuta nell’investment compact appena varato dal governo, ha sollevato dubbi e perplessità. Ne abbiamo parlato con Camillo Villani Miglietta, consigliere uscente della Banca di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto.

La ratio della norma sulla trasformazione delle banche popolari si fonda sul fatto che, secondo gli estensori della riforma, c’è bisogno di una razionalizzazione del settore perché poco efficiente. Cosa pensi al riguardo?

E’ necessario che il governo motivi in modo semplice e trasparente un intervento di riforma così importante; è scontato, al tempo stesso, che dietro la presunta intenzione di risanamento necessario ed urgente, come da decreto legge, si cela una manovra decisamente preoccupante. Le banche popolari, insieme agli istituti di credito cooperativo, sono la principale ed immediata fonte di finanziamento per le piccole e medie imprese legate ai propri territori, strutture che trasmettono linfa vitale attraverso le erogazioni del credito anche negli anni bui della crisi e si legano con un doppio filo alle famiglie tramite un rapporto mutualistico che rischia di scomparire. Dati alla mano, le popolari contano un milione e 400mila soci e più di 11 milioni di clienti, rappresentano il 28% degli sportelli in Italia  e dal 2006 ad oggi hanno aumentato il numero di dipendenti da 73mila a 81mila ed il totale dell’attivo è passato da 387 a 450 miliardi. Numeri considerati non sufficienti, da qui “l’inefficienza” riscontrata dagli strateghi governativi.

Al di là delle dichiarazioni d’intenti, quali ritieni siano le reali motivazioni che hanno portato il governo a rivedere le norme del settore delle banche popolari?

Le reali motivazioni rappresentano le reali preoccupazioni allo stato attuale della situazione economica del paese e degli intrecci indissolubili tra politica e finanza. Rivedere le norme del Testo Unico Bancario, la modifica dell’articolo 29 e l’abrogazione dell’articolo 30, comporta uno stravolgimento totale riguardo l’identità e la gestione delle popolari, dal cambiamento della forma societaria alla partecipazione, dalla detenzione di quote all’eliminazione del voto capitario. Dieci istituti di credito con un patrimonio superiore agli 8 miliardi di euro avranno l’obbligo entro 18 mesi di trasformarsi in Spa, andando incontro alla creazione di banche non più interessate al reale contatto col territorio e l’impresa ma legittimando ingerenze estere, aumenti di capitale e favorendo acquisizioni e fusioni tra gli istituti. In parole povere, chi investirà maggiormente avrà la possibilità di controllare l’andamento gestionale di un istituto, grandi gruppi internazionali in primis, da un lato; la possibilità di risolvere due importanti questioni interne, dall’altro: utilizzare il patrimonio delle popolari per “salvare” Banca Carige e Monte dei Paschi di Siena; quest’ultima, dopo aver fallito gli stress test europei, necessita di risorse fresche e magari di un’acquisizione da parte di una (ex) popolare, Ubi Banca ad esempio…

Qual è il rapporto fra sistema bancario popolare, fortemente orientato al territorio, e tessuto di piccole e medie imprese anch’esse legate alla realtà locale?

Forte e necessariamente indissolubile. Pur non rappresentando la roccaforte del localismo creditizio come le Banche di Credito Cooperativo, le Banche popolari hanno instaurato negli anni un rapporto solido con soci e clienti basato sulla fiducia, sia per quanto riguarda gli investimenti che per il risparmio, con una dimensione tale da potersi difendere dagli andamenti negativi del mercato, cattiva gestione e ingerenze dell’alta finanza. Anche se le strutture, col passare degli anni, hanno subito dei mutamenti che hanno influito sull’evoluzione stessa degli istituti creando gruppi bancari di rilievo nazionale con patrimoni non indifferenti, il rapporto con il cittadino ed il territorio è rimasto indubbiamente forte, così come l’impegno per il sociale e la comunità. Chiaramente non sono isole felici: la crescita degli istituti maggiori molto spesso è coincisa con lo sfondamento della politica locale, la staticità nelle risoluzioni amministrative e la difficoltà nel portare a termine le operazioni straordinarie, definita cristallizzazione dell’apparato, ma gli istituti, con più o meno successo, hanno sempre cercato di trovare un punto d’equilibrio tra lo scopo cooperativo da perseguire e una governance flessibile e dinamica. Inoltre, considerando la tremenda crisi creata, indotta e gestita dall’alta finanza, credo che la strategia delle popolari non sia stata malvagia, al contrario c’è stato un aumento del volume dei prestiti del 9% rispetto al dato 2010.

Il pluralismo bancario, vale a dire la presenza di più soggetti esercenti attività bancaria e non inclusi nei diversi gruppi di respiro nazionale e internazionale, è a tuo avviso un limite o una prospettiva di sviluppo?

A mio parere, il concetto del pluralismo bancario è indiscutibilmente fondamentale per il cliente ed oggetto di grande attenzione per gli investitori, ecco perchè ritengo che il piano del governo inserito nell’ investment compact sia più che deleterio, privi il settore di flessibilità e di reale contatto col territorio. Accanto ad una grande banca deve necessariamente essere presente una piccola realtà che non punti esclusivamente all’utile ma ad un fine mutualistico. Accanto ad una banca d’investimento, astratta nella mente del cittadino e slegata dai suoi bisogni, è fondamentale la presenza di un istituto reale e vivo che abbia un contatto diretto col cliente il quale ha il diritto di vantare anche una garanzia morale, non esclusivamente reale. Abbandonare l’dea di pluralità renderebbe il sistema bancario più fragile, si andrebbe incontro alla creazione di istituti non interessati allo sviluppo di piccole e medie imprese, all’ inesistenza di attività sociali e di ogni tipo di sostegno al territorio. Allo stesso modo, coloro che investono conoscono bene la differenza tra l’investire in una popolare e l’investire in una Spa, è una forma di pluralismo proporzionato al rischio .

Padoan ha parlato di “scelta quantitativa” con riferimento all’abolizione del voto capitario, per cui non peseranno più le teste ma le quote azionarie detenute. Negli ultimi anni si è assistito ad una serie di acquisizioni da parte di grandi gruppi esteri (Bnl su Banca di Roma, Crédit Agricole su Cassa di Risparmio di Parma): anche le popolari potrebbero subire la stessa fine?

Lo scenario è seriamente oscuro. L’abrogazione dell’articolo 30 è la base su cui dovremmo fondare la nostra preoccupazione. Si passerà da un sistema regolato dal voto capitario ad un sistema in cui il voto sarà  correlato al numero di azioni possedute; se il comma 2 configurava la possibilità di detenere una percentuale massima di azioni rispetto al capitale sociale, con l’eliminazione dello stesso si passerà ad un sistema in cui chiunque potrà possedere un indefinito numero di azioni, il che porterà nel giro di breve tempo a detenzioni di quote spropositate da parte di banche d’investimento estere e interne che seguiranno logiche esclusivamente finanziarie e slegate dal territorio d’appartenenza; saranno più semplici le modifiche statuarie, le decisioni di fusione o acquisizione degli istituti, gli aumenti di capitale e tutte le operazioni che l’articolo 30 osteggiava, laddove il voto di Tizio, possessore di 20 azioni, era identico al voto di Caio, possessore di 20000 azioni. Esempio principale è il Monte dei Paschi: per evitare lo smembramento ed una possibile acquisizione da parte di gruppi d’investimento francesi o fondi americani, l’accorpamento ad una popolare avrebbe come scopo il risanamento del buco creato dalla speculazione finanziaria e dalla politica, rendendo MPS più stabile e redditizia agli occhi degli investitori. Se Padoan usa il termine “Segnale d’urgenza” per giustificare il ricorso al decreto legge, personalmente non lo reputo un caso straordinario di necessità e urgenza, dunque mi auguro che Parlamento e Corte Costituzionale facciano la loro parte, seriamente.

Intervista a cura di Filippo Burla e Domenico Trovato

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