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Roma, 19 giu – Nei giorni scorsi pochi quotidiani hanno diffuso una notizia a dir poco inquietante per l’economia italiana: la filiale milanese della Bank of China è indagata dalla procura di Firenze, insieme a quattro suoi dirigenti, nell’ambito delle indagini antiriciclaggio condotte dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria in relazione al trasferimento illecito di 4,5 miliardi di euro dall’Italia alla Cina, avvenuto dal 2007 al 2010 attraverso agenzie di money transfer di Firenze e Prato. Il “giochino” era sostanzialmente semplice, nel quadriennio preso in esame dai magistrati i quattro funzionari indagati avrebbero consentito alla Money2Money di spedire denaro in Cina occultandone sia la reale provenienza che la destinazione, permettendo, dietro corresponsione di consistenti commissioni, la suddivisione dei trasferimenti in tranche da 1.999 euro ciascuna, al di sotto della soglia dei 2mila euro consentita dalla normativa antiriciclaggio. Gli indagati avrebbero inoltre omesso la segnalazione delle operazioni sospette.



Secondo quanto accertato dagli inquirenti tale flusso di denaro aveva molteplici provenienze: parte derivante dall’evasione fiscale posta in essere dalle imprese cinesi presenti sul territorio italiano, parte frutto del reato di frode fiscale, parte derivante dal reato di appropriazione indebita, altra parte derivante dallo sfruttamento della manodopera clandestina, un’altra parte ancora proveniente dal commercio di merce contraffatta ed una parte residuale, ma non per questo meno importante, era frutto di altri reati.

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Le fonti da cui scaturirebbe questo immenso fiume di denaro diretto verso il paese orientale devono far riflettere: sono tutti reati di tipo economico – finanziario che producono un effetto distorsivo del mercato e della concorrenza a favore delle imprese gestite da cittadini cinesi o di origine cinese e a danno delle imprese gestite da italiani. Già questo aspetto dovrebbe evidenziare come il problema dell’economia cinese “incapsulata” all’interno dell’economia nazionale sia un problema che travalica la semplice questione tributaria (evasione o frodi fiscali), giuslavoristica (lavoro nero) o economico-sanitaria (merci contraffatte prodotte con materiali a rischio) per diventare una vera e propria questione di sicurezza nazionale. Infatti il danno derivante al tessuto economico italiano è doppio: da una parte la concorrenza sleale delle imprese gestite da cinesi mette in crisi le imprese italiane, dall’altro lato il fiume di soldi che esce dall’Italia per finire in Cina produce una riduzione della massa monetaria in circolazione nel territorio nazionale – e quindi un impoverimento generalizzato della nostra economia – ed al tempo stesso va a rafforzare quei sodalizi criminali che dall’Asia gestiscono floridi commerci proprio con l’Europa e, in particolare, con l’Italia.

Ma c’è anche un altro aspetto inquietante e che rafforza l’idea che si tratti di una questione di sicurezza nazionale: la Bank of China, banca presente dal 1996 in Italia, è controllata, attraverso la Central Huijin Investment, proprio dallo Stato cinese. Quindi non sarebbe del tutto fuori luogo presumere che l’esportazione illegale di quattro miliardi e mezzo di euro nell’arco temporale di quattro anni non sia frutto dell’attività “sottobanco” di quattro funzionari di banca corrotti ed infedeli, bensì frutto di una politica preordinata a livello politico per favorire l’afflusso nelle banche asiatiche di valuta forte da impiegare, magari, proprio in investimenti nel capitale di imprese europee o nella conquista di nuovi mercati nel nostro continente da parte di imprese con base in Cina. Non ci si scordi, tra l’altro, che il mercato cinese è formalmente libero ma in realtà rigidamente controllato dal Partito Comunista, soprattutto nelle politiche di internazionalizzazione e di investimento all’estero.

Walter Parisi

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