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Roma, 12 apr – La pensione per i trentenni rischia di essere un miraggio. A farlo intendere è proprio il presidente dell’Inps Tito Boeri a margine di un convegno, tenutosi ieri a Roma, sul welfare dei millennials. Ormai siamo talmente abituati a queste notizie, che pochi organi di stampa hanno dato risalto all’accaduto. Veniamo ai fatti. Le conclusioni a cui arriva Boeri sono una conseguenza logica dei dati che snocciola. Il numero uno dell’istituto nazionale di Previdenza sociale ci ricorda che: “Abbiamo un milione di disoccupati con meno di trentacinque anni, 600 mila dei quali sono senza lavoro da oltre un anno e 250 mila sono laureati. I giovani sono costretti a lasciare l’Italia, sono 100 mila l’anno quelli che risultano residenti all’estero”. In questa situazione è inevitabile che chi è nato negli anni ottanta e novanta potrà andare in pensione molto tardi e con un assegno ai limiti della sopravvivenza. La ricetta secondo il presidente dell’Inps è favorire la decontribuzione per i giovani: “Il mercato del lavoro ha mostrato di reagire molto bene alla decontribuzione e nel 2015 l’occupazione è cresciuta tre volte il Pil. La decontribuzione è un mezzo potente per ridurre la disoccupazione”. Dunque, anche Boeri cade nello stesso errore del governo Renzi-Gentiloni: politiche mirate solo al sostegno dell’offerta di lavoro senza agire sulla domanda. Detto in parole semplici: perché un imprenditore dovrebbe assumere un dipendente se non sa cosa fargli fare? Questo non si capisce e nessuno prova a spiegarlo.

Il nostro sistema economico non soffre certo per la scarsa flessibilità dei lavoratori. Anche gli sgravi fiscali una tantum servono alle imprese a far cassa, senza nessun investimento di lungo periodo. Per smentire ciò che afferma Boeri basterà, però, ricordare ciò che lui stesso diceva nel 2015. Durante il convegno “Pensioni e povertà oggi e domani”, il presidente dell’Inps dichiarava: “I trentenni di oggi nel 2050, nell’ipotesi di un tasso di crescita del Pil dell’1%, dovranno lavorare anche fino a settantacinque anni, per andare in pensione. L’assegno pensionistico passerà dagli attuali 1.703 euro ai 1.593 euro”. Eppure quattordici mesi fa (quando venivano pronunciate queste parole) grazie agli sgravi fiscali gli imprenditori assumevano come non mai. Dopo poco più di un anno, Boeri ripete la stessa solfa.

Purtroppo, in nessuna di quest’analisi l’economista bocconiano (anche Boeri insegnava alla Bocconi) ci ha spiegato che l’istituto nazionale di previdenza sociale si fonda sulla regolarità contributiva. Insomma, il funzionamento del sistema si basa sulla stabilità dei rapporti di lavoro. I voucher non bastano. Il precariato e la crisi demografica porterà inevitabilmente l’Inps al collasso. I motivi sono tanti, proviamo a fare una sintesi. L’Italia negli ultimi venticinque ha scelto una politica economica basata sul potenziamento dei servizi e nel terziario. Le fabbriche sono viste come una zavorra.  L’agricoltura spesso sopravvive grazie agli agriturismi. Il risultato è stato devastante da un punto di vista occupazionale. Manodopera a basso costo, scarsamente specializzata, che può essere sostituita con grande facilità. Questo spiega l’esigenza di contratti sempre più flessibili. È assurdo risolvere la crisi della previdenza pubblica partendo dalle conseguenze e non dalle cause scatenanti. Quest’approccio è utile solo in vista di qualche appuntamento con le urne. La trama è sempre la stessa. In vista delle elezioni spunta sempre qualche bonus. Passata la tornata elettorale queste mance pesano sulla fiscalità generale senza rimettere in moto l’economia. Poi c’è sempre il tempo di qualche manovrina per accontentare Bruxelles. Pertanto, in attesa del prossimo convegno, l’unica certezza che possono avere trentenni è che saranno precari per una vita per guadagnarsi una pensione da fame.

Salvatore Recupero

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2 Commenti

  1. ma cosa farneticano? il mondo del lavoro è già quasi chiuso per i cinquantenni, figuriamoci se un azienda si tiene o assume gli ultra sessantenni (giustamente oltretutto).
    Entro breve avremo una generazione di barboni tra i 55 e i 67 e più anni, che mendicheranno in attesa di raggiungere l’età per un assegno comunque da fame.

  2. Boeri racconta balle perché non sono solo quelli nati dopo il 1980, ma quelli nati dopo il 1970, ha perfettamente ragione il signor Calabrese!

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