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Roma, 8 nov – E se la Bce decidesse di cancellare il debito pubblico? Non tutto, s’intende, ma almeno l’«eccedenza» creata durante la pandemia per le necessità di finanza pubblica. Potrebbe farlo? Certamente. E senza alcun problema di sorta: basterebbe – banalmente – la volontà di farlo.

La provocatoria (ma non troppo) proposta di Borghi

I diritti d’autore dell’idea – decisamente “eterodossa” – vanno all’economista della Lega Claudio Borghi, che già nel 2016 lanciava provocatoriamente (ma non troppo) la proposta, chiedendosi: “Cosa succede se la Bce cancella il trilione di euro di debito pubblico che ha in pancia?”. Domanda retorica: assolutamente niente.

La “previsione” di Borghi non si è (ancora) avverata, ma intanto se ne sta iniziando a parlare. Genericamente quanto vogliamo, il tema comincia comunque a finire nel dibattito – anche quello “mainstream”, se persino commentatori in genere molto compassati non si dimostrano refrattari all’idea.

Premessa: quella della Bce non è una monetizzazione

E’ almeno dal 2012 che la Banca centrale europea acquista Titoli di Stato sul mercato (secondario). Lo ha fatto nell’ambito del Quantitative Easing, con il programma Pspp – Public sector purchase programme. Lo ha continuato a fare, reinvesendo i proventi dei titoli in scadenza, anche dopo il termine del Qe. E ha ripreso gli acquisti con il Pepp – Pandemic emergency purchase programme, destinato peraltro il mese a veder incrementata la propria “dotazione”. Risultato: ad oggi Banca d’Italia (sono le banche centrali nazionali ad aver effettuato, su mandato Bce, l’acquisto della quasi totalità dei titoli) detiene oltre 500 miliardi del nostro debito pubblico, quota che potrebbe, entro l’anno prossimo, crescere fino a sfiorare i 700 miliardi.

Quella della Bce non è però una “monetizzazione” stricto sensu. Perché si possa parlare di tale fattispecie è necessario infatti che l’Eurotower si impegni esplicitamente a sottoscrivere qualsiasi emissione di debito da parte degli Stati, agendo come una sorta di “ombrello” rispetto alle fiammate di mercato. Non lo può fare perché ciò implicherebbe la violazione dell’articolo 123 del Tfue, il quale vieta “la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia […] a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici”. Di fatto, è come se lo stesse comunque facendo. Non in via ufficiale, incidentalmente quanto vogliamo – potremmo quasi dire “per errore”, in costante retroguardia mentre il resto del mondo arriva a far cadere dei tabù – ma il risultato, rendimenti dei nostri Btp alla mano, è quello.

Come si fa a cancellare il debito

Ciò doverosamente premesso, veniamo al punto nodale della questione: la Bce può davvero cancellare il debito pubblico? La risposta è sì. Lo potrebbe bruciare, se i titoli fossero ancora in formato cartaceo. Oppure potrebbe tirare una riga sul foglio di bilancio. Più semplicemente, le basterebbero poche mosse su uno schermo.

Facile? Facilissimo. Tanto più che il debito oggi in mano alle banche centrali nazionali è già come se non esistesse. Prendiamo il caso di Banca d’Italia, che incassa i relativi interessi sui titoli e, per la quasi totalità, li gira al ministero dell’Economia all’atto della distribuzione dei dividendi quando chiude l’esercizio. In gergo tecnico si parla di “retrocessione” degli interessi, più pragmaticamente: il debito è sterilizzato. Innocuo quindi ai fini, ad esempio, delle dinamiche dello spread.

E dal punto di vista contabile, cosa succederebbe? Anche qui, assolutamente nulla. Perché è vero che quando una banca centrale crea denaro iscrive un valore al passivo che, nel nostro caso, corrisponde ad un uguale valore nell’attivo pari a quello dei titoli acquistati. Se questo attivo venisse cancellato, il patrimonio della Bce (e/o delle banche centrali nazionali parte del Sebc) finirebbe in territorio negativo. E quindi? E quindi niente. Il motivo lo spiega la banca centrale di una nazione che di banche se ne intende parecchio: «Stante la sua capacità di creare base monetaria la Banca nazionale è sempre solvibile nella propria moneta, giacché teoricamente dispone di mezzi di pagamento legali in quantità illimitata. Pertanto, anche con un capitale proprio temporaneamente negativo essa conserva la piena capacità di agire, e può quindi assolvere in ogni tempo il suo mandato. In caso di capitale proprio negativo, la Banca nazionale non soggiace ad alcun obbligo giuridico né di risanamento né, tanto meno, di liquidazione. Non sussiste neppure per i suoi azionisti un obbligo di apporto addizionale di capitale».

Filippo Burla

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