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Roma, 8 nov – Il Covid (o meglio la gestione della pandemia) sta impoverendo tanti italiani. La contrazione della ricchezza si fa sentire ovunque. “A causa del Covid, quest’anno ogni italiano perderà mediamente quasi 2.500 euro (precisamente 2.484), con punte di 3.456 euro a Firenze, di 3.603 a Bologna, di 3.645 a Modena, di 4.058 a Bolzano e addirittura di 5.575 euro a Milano”. Questo è quanto emerge dall’ultimo studio della Cgia di Mestre, in cui si precisa che le cose andranno anche peggio.

Il crollo del Pil a causa del Covid

Gli artigiani mestrini ci spiegano, infatti, che questi dati sono sottostimati perché aggiornati allo scorso 13 ottobre. Anche se è passato meno di un mese le restrizioni volute dal governo sono cresciute enormemente. Ma non è tutto. Nell’elaborazione, la previsione della caduta del Pil nazionale dovrebbe sfiorare quest’anno il 10%, quasi un punto in più rispetto alle previsioni comunicate il mese scorso dal governo attraverso la Nadef.

C’è da dire che l’esecutivo tramite il famoso “decreto ristori” prova in tutti i modi ad aiutare le imprese colpite dalla pandemia. Il premier ha addirittura concesso il bis a grande richiesta. Così nasce il “Decreto Ristori bis”. Un provvedimento generoso che prevede un aumento dei beneficiari del contributo a fondo perduto e il rinvio delle imposte di novembre per partite Iva e professionisti (indipendentemente dalle perdite di fatturato, ma solo nelle zone rosse). Inoltre, sono in arrivo nuovi fondi per volontariato e trasporti pubblici. Ma siamo sicuri di essere sulla strada giusta? Forse no.

I soldi sono arrivati troppo tardi

Sin dall’inizio gli economisti più attenti proponevano una misura di compensazione a fondo perduto per tutte le attività economiche che erano state bloccate d’imperio per salvaguardare la salute pubblica. Il principio era semplice: l’obbligo di chiudere l’attività (per evitare il diffondersi del Covid) doveva essere risarcito in maniera proporzionale al danno subito.

Per capire quanti soldi spettavano all’imprenditore si poteva fare riferimento al fatturato dell’anno precedente. Un provvedimento come questo avrebbe permesso all’impresa di sopravvivere affrontando i costi fissi e il pagamento dei dipendenti. L’Agenzia delle Entrate poteva fornire questi dati senza il supporto di alcuna task force. Una proposta sostenuta anche da Giovanni Tria che, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, evidenziava le carenze del governo che anziché mettere 50 miliardi solo su questa misura ne ha messi solo 6, diluendone in modo decisivo l’impatto. Disperdendo il resto in mille rivoli di spesa. Oggi con i famosi “ristori” si finge di cambiare rotta ma non è così. Secondo l’ex ministro dell’Economia del primo governo Conte “si passa dall’imperizia all’assenza di consapevolezza dei problemi. L’ultimo decreto stanzia 2,4 miliardi, peraltro frutto di risorse non spese pescate all’interno dei 100 miliardi, per una platea di circa 460.000 beneficiari. Meno di 5.000 euro medi per impresa”. Con questa somma ad esempio un ristoratore a stento paga le utenze e l’affitto per un mese. Ecco perché non stupisce nessuno la previsione fatta dalla Cgia.

L‘incubo della stretta creditizia

C’è però un altro dato che va sottolineato: le compensazioni non sono l’unico problema. Il segretario della Cgia Renato Mason lancia l’allarme sui rischi legati alle nuove norme europee in materia di credito: “Per evitare gli effetti negativi delle esposizioni scadute – spiega – dal primo gennaio 2021 Bruxelles ha imposto alle banche di azzerare in 3 anni i crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni quelli con garanzie reali. Ovviamente, l’applicazione di questo provvedimento indurrà gli istituti di credito ad erogare con estrema cautela i prestiti alle imprese, per evitare di dover sostenere delle forti perdite di bilancio nel giro di pochi anni”.

Alle banche italiane verrà chiesto di ridurre lo stock di Npl, ma questo è impossibile. La crisi generata dalla pandemia ha fatto crescere lo stock dei crediti non performanti. Questo dovevamo aspettarcelo. Molti imprenditori (prima di abbassare di nuovo la saracinesca) si sono indebitati per adattare i loro locali alle norme igienico-sanitarie finalizzate contrasto al Covid. A partire dal 2021, quindi, i nostri istituti di credito difficilmente potranno concedere altri prestiti o piani di rientro a condizioni vantaggiose per il debitore. Il tutto ovviamente avrà una ricaduta pesante sul piano occupazionale.

A questo punto resta un quesito: se le banche non possono esporsi e la spesa pubblica “si perde in mille rivoli”, chi aiuterà le imprese italiane ad uscire dalle sabbie mobili della crisi? Purtroppo, questa domanda resta senza risposta.

Salvatore Recupero

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