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Roma, 19 apr – Sono tante le aziende che stanno riscontrando problemi con le decisioni del governo su questo lockdown. Una domanda che ha attanagliato gli imprenditori e chiunque possieda un codice Ateco, è quali siano le categorie che possano riaprire i battenti nelle varie fasi di ripresa stabilite dal governo. Numerazione sconosciuta ai più prima del DPCM del 22 marzo, il codice Ateco è una combinazione alfanumerica – creata per semplificare la classificazione delle aziende operative sul suolo nazionale – che a quanto pare ha creato in realtà non pochi problemi alle imprese negli ultimi giorni. Trattandosi di una classificazione essenziale, per un’azienda dovrebbe risultare semplice la sua applicazione. Ma, come troppo spesso accade in Italia, tutto risulta complicato da una burocrazia sempre più asfissiante e non in linea con le esigenze di mercato.

Non avendo mai avuto un significato produttivo vero e proprio, il codice Ateco è stato utilizzato nel corso degli anni in modo impreciso nella descrizione di un’azienda. Ci sono così aziende produttrici di plastica che sono targate come calzaturifici. La domanda che in tanti si sono posti dopo l’uscita del DPCM è: cosa vale, quindi, l’effettiva produzione o il numero? Possiamo, infatti, trovare anche delle diversificazioni all’interno della stessa impresa perché, in base alle diverse tipologie di attività svolte, la stessa avrà diversi codici.
Tutto ciò produce un’altra problematica relativa alla parziale attività dell’azienda che, però, può chiedere una deroga per proseguire la produzione alle autorità preposte. Queste ultime, prendendo come riferimento i codici ad essa assegnati, potranno, quindi, autorizzare la ripresa delle attività.

I rischi per le aziende

Con tutte queste piccole incomprensioni a livello burocratico il rischio che corrono le piccole medie imprese, ad oggi, è che i clienti possano appoggiarsi su altri mercati – come ad esempio quello della Germania o della Polonia, che a differenza nostra non hanno bloccato le attività – andando a perdere così commesse per milioni di euro. Giacché il Covid-19 è un problema sovranazionale, sarebbe ragionevole permettere alle imprese, il cui codice Ateco non è compreso nella Tabella ma che svolgono attività funzionali per aziende straniere operanti in settori essenziali, di poter continuare la propria attività. Secondo gli imprenditori è, infatti, opportuno far ripartire le attività mantenendo le dovute misure di sicurezza per evitare il collasso della produzione italiana e la perdita di milioni di euro di fatturato.

Il governo ha garantito finanziamenti alle imprese fino ad un tetto di 25mila euro in base, però, al fatturato dello scorso anno. Ciò significa che il prestito pieno si potrà ottenere solo se si ha un fatturo pari ad almeno 100mila euro. C’è anche da dire che l’erogazione del prestito resta a discrezione dell’ente finanziatore, cioè le banche. Secondo il presidente dell’Unione Artigiani di Pordenone, ad esempio, sarebbe stato più opportuno un finanziamento vincolato e garantito dallo Stato in modo da utilizzare parte di questo per il pagamento dei dipendenti, parte per quello dei fornitori e così via. In tal modo difatti si creerebbe un “effetto domino” positivo sulle varie filiere. Al contrario, senza questo tipo di soluzione, le risorse messe in campo dovranno essere maggiori e spalmate sulle varie aziende che compongono la filiera. Diventando, però, meno efficaci.

Sarah Zilli

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