Roma, 26 dic – Il caro energia ha ormai un peso insostenibile per molte aziende. Per le imprese l’aumento del costo dell’elettricità sta portando al fermo delle attività più energivore. Cartiere, fonderie, chiedono all’unisono interventi urgenti, in caso contrario molti capannoni rimarranno chiusi.

Caso Glencore Portovesme

Cominciamo dallo zinco. La Portovesme srl, controllata dalla Glencore, blocca l’impianto più “energivoro” presente nello stabilimento sardo. Qui si producono 150 mila tonnellate l’anno di blenda (dalla quale si estrae lo zinco). Considerando che la richiesta di zinco delle aziende italiane è pari a 330mila tonnellate, il sito è fondamentale nella catena di valore nazionale. Si tratta di una fermata annunciata e operativa dal 17 dicembre. A farne le spese 400 lavoratori che sperimenteranno la cassa integrazione a rotazione. Il malcontento serpeggia a tutti i livelli.

L’amministratore delegato Davide Garofano si mostra deluso: “Anche perché l’azienda è robusta e ha investito tanto, al punto da aver raggiunto il record di produzione. C’è sicuramente frustrazione nel prendere una decisione del genere, i ragazzi hanno fatto un lavoro eccezionale e speriamo sia una situazione temporanea, ma è chiaro che non abbiamo margine d’azione per risolvere il problema, se non quello di far andare al massimo il resto dello stabilimento, con le altre linee, e minimizzare i costi dell’impianto maggiormente dipendente dall’energia”.

Anche lo scenario internazionale preoccupa l’Ad: “Il nostro concorrente principale che ha deciso di chiudere lo stabilimento che ha in Francia. E dimostra come il problema sia generale. Purtroppo anche i vari suggerimenti che stanno venendo da Confindustria per calmierare i prezzi non stanno dando l’effetto sperato”. La situazione è grave. Basta un solo dato: il costo dell’energia elettrica è passato da 80 a 400 euro a megawattora.

“Fa rabbia – dice il capo del personale Enrico Collu – pensare che un’azienda efficiente debba ridurre la sua produzione e dispiace per le conseguenze di carattere socio economico che ciò, inevitabilmente, comporterà alle famiglie”.

Caro energia: 210mila lavoratori a rischio

Anche i sindacati condividono queste preoccupazioni. “Proprio a causa di questo aumento di costi, arrivano i primi e allarmanti segnati dalle industrie energivore dei settori ceramica, vetro, gomma plastica, tre settori – scrivono in una nota Sonia Tosoni, Lorenzo Zoli e Daniela Piras, rispettivamente segretari di Filctem, Femca e Uiltec – che occupano circa 210mila lavoratori. A soffrire particolarmente in questa fase sono le piccole e medie imprese che in alcuni casi sono ricorse al fermo produttivo con il conseguente spegnimento degli impianti e la collocazione in cassa integrazione per migliaia di lavoratori, che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro”.

Fortunatamente restano invariate le altre produzioni del sito di Portovesme. Ma fino a quando? Il caro energia, infatti, sta mettendo in difficoltà anche altre aziende. Gli imprenditori cominciano ad organizzare la loro protesta.

La versione delle imprese e dei sindacati

Per Il Sole 24 Ore “gli imprenditori delle aziende più energivore si sono dati appuntamento lunedì prossimo per fare il punto sull’allarme bolletta che non solo sta pregiudicando la ripresa ma sta mettendo a rischio la sopravvivenza delle imprese”. Secondo le prime indiscrezioni parteciperanno gli assessori allo Sviluppo economico delle Regioni Lombardia ed Emilia Romagna, ma i protagonisti saranno i rappresentanti di Assocarta, Assofond e Assovetro, Confindustria Ceramica. L’incontro si svolgerà per coordinare la protesta di tutti i comparti più energivori. Queste aziende chiedono al governo un intervento incisivo per calmierare il costo dell’elettricità.

Il vertice si terrà presso le Fonderie di Torbole che produce dischi e tamburi freno per il settore automobilistico. Ovviamente la sede scelta non è casuale: l’azienda bresciana è ferma dal 5 dicembre (a causa del caro energia) e lo stop proseguirà per un altro mese. Enrico Frigerio presidente del gruppo Torbole Casaglia spiega come l’attività è proseguita solo grazie al magazzino, ma è stato necessario mettere in cassa integrazione alcuni dipendenti.

Ovviamente se la situazione non cambia, lo scenario può solo peggiorare. Questo però non vale solo per Frigerio. Per i sindacati inoltre “serve un intervento delle istituzioni governative per porre immediatamente fine alle speculazioni finanziarie in atto nel mercato di scambio Ets (Emission trading system) sulle quote di emissioni di CO2, quote che insieme al rincaro del costo del gas metano rappresentano un aumento spropositato dei costi di gestione delle imprese e un pesante e difficilmente sostenibile rincaro dei costi energetici”. Resta aperta la questione: che fare? Difficile da dire.

Le possibili soluzioni

Il caro energia ha molte cause. In primis il prezzo del gas (ormai arrivato sopra i 180 al megawattora). Per questo Terna ha chiesto la riattivazione temporanea delle centrali a carbone di La Spezia (Enel) e Monfalcone (A2A): nonostante i maggiori livelli di emissione, in questa fase il carbone è una fonte più conveniente del gas. Basterà il carbone a far ripartire l’Italia? Sicuramente non è sufficiente ma è un inizio. Bisogna puntare su tutto ciò che ci rende maggiormente autonomi. E allora anche, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani si scopre seguace di Mattei e critica la scelta di “importare tutto dall’estero”.

Cingolani, però, non si discosta dall’impostazione ambientalista che vuole potenziare eolico e solare. Il ministro propone di aumentare la produzione di gas nazionale con giacimenti già aperti sono o riattivare le operazioni nelle riserve il cui sfruttamento era già iniziato: “Potremmo aumentare di una quantità non esagerata. Magari raddoppiare i 4 miliardi di metri cubi attualmente prodotti sul nostro territorio: arrivare a 8-9 miliardi quindi, comunque poco rispetto ai livelli di consumo” conclude il ministro. La ricetta di Cingolani vale breve periodo e può funzionare se unita ad una riduzione delle tasse sulle bollette. Ma è bene tenere a mente che cresceremo solo investendo nell’energia nucleare.

Salvatore Recupero

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5 Commenti

  1. Però è anche evidente il fenomeno dei sovradimensionamenti aziendalì, produttivi. pensando a chissachè di infinito. La eccessiva divisione e concentrazione del lavoro tra nazioni si sta rivelando assai dannosa e porta a dei fallimenti su fallimenti proprio come è accaduto in modo vistoso nella ex Urss (lì le repubbliche s.s., restate inevitabilmente da sole, hanno visto gli interscambi saltare). La follia vera sono i tempi e i modi della redistribuzione a fini speculativi (e non di giustizia sociale) dati dalla finanza mondiale con l’ Ocse in testa! Sfruttare tutto e tutti per una crescita infelice per tanti e felice per pochissimi non va bene !! La questione energetica è la prova provata del homo faber divenuto folle, manco più sapiens.

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