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Roma, 13 dic – Una delle ultime trovate del governo è il cashback. In pratica, si tratta di ottenere un parziale rimborso in cambio degli acquisti effettuati. Chi potrebbe contrastare una misura così generosa? Nessuno. Tuttavia, prima di precipitarsi nel negozio più vicino, è meglio capire come funziona il meccanismo. Dall’otto dicembre il cliente riceverà il 10% di ciò che ha acquistato usando la carta di credito nei negozi fisici. Non è, però, un regalo ma un incentivo del “Piano Italia cashless”. In una nazione senza contanti non ci sarà spazio per l’evasione fiscale. Questo è almeno quello che pensano i giallo-fucsia. Purtroppo non è tutto oro quel che luccica. Ad aprirci gli occhi è l’ultimo rapporto della Cgia di Mestre che ci mostra tutti i limiti di questo provvedimento.



Cashback: l’accusa della Cgia

Cominciamo dai costi. Secondo Paolo Zabeo (coordinatore dell’ufficio studi degli artigiani mestrini), “nei prossimi due anni le risorse necessarie per finanziare il cashback ammonteranno a 4,7 miliardi di euro. Una spesa smisurata che tutti gli italiani saranno chiamati a pagare per incentivare l’utilizzo della moneta elettronica, concorrendo così alla riduzione dei pagamenti in nero effettuati con il contante”.

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Non è solo questo il problema. La Cgia sottolinea che “dal prossimo gennaio dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (300 euro al massimo di ristoro per ogni anno)”. Quindi pagheremo con la carta di credito per avere 25 euro al mese. Un gran bel regalo di natale! Tuttavia, i primi 100 mila partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno addirittura un super cashback di 1.500 euro. La lotta all’evasione fiscale è diventata una tombolata con ricchi premi e cotillon.

Un bonus che non ci potevamo permettere

Il gioco, però, non vale la candela. Sottolinea il segretario della Cgia Renato Mason: “Rispetto al 2019, quest’anno il nostro erario registrerà, a causa degli effetti negativi provocati dal coronavirus alla nostra economia, una contrazione del gettito tributario pari a 48 miliardi di euro, di cui oltre sette a seguito della riduzione degli incassi dovuti alle attività di contrasto all’evasione fiscale”. A fronte di questa situazione critica che senso ha sprecare risorse pubbliche per invogliare i ricchi a fare shopping? Si tratta di una mera operazione di propaganda politica che ricorda gli 80 euro di Renzi.

La misura è altresì improvvisata in quanto non tiene minimamente conto anche dei dati forniti dall’Istat. Grazie al rapporto “Le spese per i consumi delle famiglie – Anno 2019” (pubblicato il 9 giugno di quest’anno) sappiamo bene come spendono gli italiani.

Analizzando le statistiche scopriamo che le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, nel Sud ha toccato i 2.067 euro (un gap di 743 euro pari ad una variazione del 26 %). Ci sono anche altri fattori che vanno presi in considerazione, ad esempio il titolo di studi, la professione e il comune di residenza. Secondo la Cgia, aggregando i dati Istat, viene fuori che ad usare le forme elettroniche di pagamento sono “i capi famiglia più istruiti, con professioni di alto livello che risiedono nelle grandi aree metropolitane, principalmente del Nord”.

La lotta al contante, dunque, ci costerà cara e andrà a beneficio degli acquirenti benestanti. Alla luce di quanto detto il cashback non farà diminuire l’evasione fiscale. Intanto, l’unica certezza è che i “ricchi” riceveranno un bel regalo di natale pagato da chi non potrà mettere nulla sotto l’albero. Uno strano modo di concepire la giustizia sociale.

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