cdpRoma, 17 dic – Oltre 160 miliardi di investimenti, capaci a loro di mobilitarne ulteriori 100, lungo una prospettiva di medio termine pari a cinque anni. Il tutto all’interno di un rinnovato quadro che vedrà l’istituto sempre più protagonista E’ questo, in soldoni, il nuovo piano industriale presentato ieri da Cassa Depositi e Prestiti.

Secondo l’impostazione data da Renzi e Padoan, culminata con il ricambio ai vertici dell’ente, Cassa Depositi e Prestiti dovrà finalmente trovare una sua collocazione all’interno del panorama italiano. Con l’obiettivo di trasformarla in una sorta di Kfw (l’omologa tedesca) tricolore.

Quattro le aree di intervento su cui il piano industriale si concentrerà: supporto alle istituzioni governative e agli enti locali, potenziamento delle infrastrutture, sostegno alle imprese, sviluppo del patrimonio immobiliare. Ma non si tratta di una nuova Iri: “Il paragone con l’Iri è una curiosità storica, ma con Cassa Depositi e Prestiti si aggiungono strumenti che servono allo sviluppo del Paese”, ha spiegato Padoan. Un giudizio ingeneroso, dato che senza le partecipazioni statali l’Italia difficilmente riesce a crescere. Sono controllate governative, per fare un esempio, le principali aziende quotate in Borsa, le prime per occupazione, innovazione e investimenti. La presenza pubblica, più che una teoria, diventa così una realtà quasi imprescindibile. Nonostante le scellerate decisioni dell’esecutivo in merito alle nuove privatizzazioni che a tutto serviranno tranne che a ridurre – se non ad un prezzo altissimo – il debito pubblico.

E dalle parti di via Goito sembrano avere piena coscienza di ciò. Gran parte del piano si concentra infatti sulle direttrici più collegate all’attività di impresa. Non è un caso che sempre ieri siano uscite indiscrezioni sulla possibilità che Cassa Depositi e Prestiti possa conferire Metroweb in Telecom, divenendone così azionista e facendo rientrare lo Stato dalla finestra. Analogo discorso per quanto riguarda Ansaldo Energia e tutte le attività condotte per il tramite del Fondo Strategico Italiano – vedi alla voce Saipem, all’atto dello scorporo da Eni.

Non solo partecipazioni, ma anche aiuti allo sviluppo. Sono ben 117 (il 73% in più rispetto allo scorso piano) i miliardi messi a disposizione delle imprese: sviluppo di start up, rafforzamento patrimoniale delle piccole e medie imprese per l’accesso al credito, rilancio di attività in cattive acque senza escludere eventuali nazionalizzazioni a tempo. Come potrebbe avvenire nel caso Ilva. E qui sta l’inghippo: privatizzare gli utili per socializzare le perdite? All’amministratore delegato Gallia e al presidente Costamagna l’arduo compito di dimostrare il contrario. Per ora l’unica certezza è che, in tempi di globalizzazione e disimpegno pubblico, l’evidenza mostra che probabilmente la via da seguire è esattamente l’opposta.

Filippo Burla

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