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Alberto BeneduceRoma, 10 mar – In un periodo storico che vede la politica sottomessa all’economico e in cui sono i mercati che esprimono e dettano giudizi insindacabili, focalizzare l’attenzione su personaggi del passato che si sono prodigati in senso diametralmente opposto ci permette di delineare meglio i contorni dei problemi che soffocano l’Italia di oggi.

Dall’avvento delle politiche neoliberiste, introdotte in Italia in dosi massicce a partire dai primi anni ’90, lo Stato si è vieppiù ritirato dal controllo dei processi economici giungendo alla farsa europeista dei nostri giorni che difatti esautora il compito dei governi che delegando ad organi sovranazionali le decisioni più importanti pongono così fine alla sovranità degli stati.

Alberto Beneduce è una di quelle figure umane e politiche che andrebbe studiata con maggiore dedizione, che manca terribilmente nel panorama politico odierno. Un vero e umile servitore dello Stato che morì dopo aver condotto una vita in cui ha indubbiamente creduto.

Economista italiano, prestato alla politica, amministratore di importanti imprese pubbliche nell’Italia liberale e artefice della creazione, nel 1931, dell’Istituto Mobiliare Italiano (Imi) e, nel 1933, dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri). L’idea che Beneduce ebbe del ruolo dello Stato fu quella di poter realizzare, dopo il primo conflitto mondiale, attraverso l’intervento pubblico, un nuovo assetto dei settori industriale e creditizio in crisi.

Nell’approccio beneduciano ai mali dell’economia italiana, uscita malconcia dalla guerra 1915/1918, l’intervento dello Stato fu contenuto nei limiti di un controllo del processo di formazione delle risorse finanziarie necessarie a finanziare la crescita, da un lato, e di una difesa della formazione del risparmio, dall’altro. L’intervento pubblico non fu esteso ai compiti di programmazione e di gestione delle attività produttive, considerando sempre necessario il contributo dei gruppi privati allo stabile funzionamento del sistema economico.

Il ruolo di Beneduce fu soprattutto essenziale nella riorganizzazione del settore bancario italiano; la forma dell’intervento che egli sostenne fu diretta al superamento della “banca mista” e alla netta separazione tra le banche finanziatrici e le attività industriali, con la partecipazione dello Stato al capitale di controllo delle imprese in crisi. Le imprese pubbliche rimasero comunque società per azioni, che poterono associare, in posizione di minoranza, il capitale privato. Infatti, in luogo della nazionalizzazione, fu realizzata con l’Imi una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese, per provvedere al loro rilancio, dopo il risanamento gestionale, attraverso la costituzione dell’Iri.

Quando il “martedì nero” del 1929 investì le maggiori banche italiane, Beneduce intervenne prontamente. Mentre alcuni istituti bancari, ad esempio la Comit di Giuseppe Toeplitz, avrebbero preferito lasciare esclusivamente allo Stato il salvataggio delle industrie, Beneduce propose che le banche malandate diventassero patrimonio di un ente pubblico nato con decreto legge del 23 gennaio 1933, il già citato Iri. In quel momento nasceva lo Stato imprenditore, il cui gestore fu Beneduce, affiancato da Donato Menichella e incaricato di rendere conto del suo lavoro al solo Benito Mussolini.

Obiettivo dell’azione di Alberto Beneduce sul piano finanziario fu quello di creare circuiti di impiego del risparmio indipendenti dalle deboli istituzioni finanziarie allora attive in Italia, inidonee a mobilitare efficacemente il risparmio in funzione del risanamento e del sostegno della crescita dell’economia nazionale.

La sua attività non è stata scevra da critiche; alcuni lo accusano di opportunismo politico, che gli avrebbe permesso di passare dalla sua militanza socialista al servizio del fascismo. Ma per un giudizio obiettivo è necessario tuttavia rammentare che Beneduce, che non prese mai la tessera del partito fascista, collaborò col Duce perché questi rispettò, intelligentemente, la sua autonomia e, soprattutto, poiché entrambi provenivano da una formazione rigidamente socialista e avversa al capitalismo. Del resto Beneduce non fu l’unico “fascista non fascista” che diede importanti contributi alla causa italiana di quel periodo.

L’adesione al fascismo di Beneduce trova una giustificazione nell’idea patriottica che egli, appartenente alla generazione post-risorgimentale, ha sempre manifestato nel voler servire il proprio Paese.

L’azione di Beneduce è riscontrabile nell’intero periodo che va dalla fine del primo conflitto mondiale alla fine degli anni Ottanta. Morì prima della fine della guerra, ma il sistema di economia mista da lui creato, metà privato e metà pubblico, è sopravvissuto anche dopo il fascismo ed ha fornito un impulso determinante al decollo economico del secondo dopoguerra. Un modello, quello dello Stato imprenditore beneduciano che fu indispensabile per realizzare una proficua collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, ma che fù totalmente disciolto con l’avvento di Tangentopoli e del dogma neoliberista che hanno spianato la strada alle cosiddette liberalizzazioni e alla conseguente degenerazione dell’economia tricolore inoculata dal germe anglofono del liberal-capitalismo.

In un’epoca, come quella attuale, riproporre la validità dell’idea dello Stato imprenditore, è moralmente doveroso, reintegrando nella memoria dell’immaginario collettivo e fuori dalle facili ed interessate strumentalizzazioni ideologiche, il ruolo di quanti nella storia recente dell’Italia hanno svolto una funzione innovativa nel favorire e sostenere la modernizzazione dell’economia e della società.

Donato Menichella, che divenne Governatore della Banca d’Italia dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ha avuto modo di pronunciare le seguenti parole che, lette oggi, fanno giustizia dell’ipocrita rimozione dalla memoria collettiva del nome di un uomo al quale l’Italia deve molto: “Voi avete spezzato le catene che legavano le banche all’industria, connubio innaturale, specialmente in una nazione e in un regime che pongono alla base dell’azione dello Stato non le astruserie di teorie individualistiche liberali, bensì la tutela del patrimonio dei cittadini indifesi contro gli assalti agguerriti di privilegiati pronti a sfruttare le raffinatezze della tecnica capitalistica per convogliare a loro profitto il sudore e il risparmio della povera gente”.

Gli attuali servitori dello Stato sono sul piano tecnico-professionale per lo più dei nani al guinzaglio dei loro referenti finanziari/bancari, incapaci perciò di librarsi sopra quei giganti che li hanno preceduti. Inadeguati anche a trarre utili insegnamenti ai fini dello svolgimento delle mansioni che dovrebbero esercitare nell’esclusivo interesse di tutti gli italiani.

Giuseppe Maneggio

 

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