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quantitative easing Roma, 10 mar – In principio furono le Ltro, acronimo di Long term refinancing operations (operazioni di rifinanziamento a lungo termine), con le quali la Banca centrale europea ha immesso nel sistema, a partire dal 2011, oltre 1500 miliardi di euro nel tentativo di superare la stretta creditizia. La massiccia iniezione di liquidità non si è tuttavia concretizzata nel superamento del credit crunch, con le banche che hanno preferito tesaurizzare le risorse messe a disposizione da Francoforte per puntellare i loro bilanci.

Il correttivo agli scarsi risultati delle Ltro è arrivato con le Tltro, dove la “T” sta per Targeted, cioè mirate: le banche possono ottenere prestiti dalla Bce sulla base dei prestiti (ad eccezione dei mutui) concessi all’economia reale, per cui chi più allenta le maglie del credito, più potrà rivolgersi all’istituto guidato da Mario Draghi per rifinanziarsi. Tali operazioni non hanno però avuto il successo sperato. Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, sui 70-75 euro potenzialmente riservati ai nostri enti creditizi, solo 50 ne sono stati presi in prestito.

In ultimo venne il Quantitative easing. L’alleggerimento quantitativo, che ha preso ufficialmente il via nella giornata di ieri, rappresenta probabilmente l’ultima misura, l’extrema ratio in mano alla Bce per provare ad agganciare la ripresa e l’uscita dalla crisi. Il piano è, a suo modo, semplice: fino a settembre 2016 verranno acquistati 45 miliardi al mese di titoli di Stato, per un totale a scadenza -considerando anche gli altri acquisti di asset-backed securities e covered bond- di oltre 1000 miliardi. Per quanto riguarda i buoni del tesoro, il rischio sarà ripartito al 20% sulla Bce e all’80% sulle banche centrali nazionali. E’ probabilmente la prima volta che la politica monetaria si sposta, seppur in parte, dal centro alla periferia.

L’obiettivo dichiarato del piano di quantitative easing è quello di riportare l’inflazione ad un livello “vicino al 2%”, come più volte spiegato dalla Bce. Nonostante la mole miliardaria, la misura tuttavia non sarà, da sola, in grado di tirare fuori l’Europa dalle secche. Questo per due motivi.

Anzitutto i precedenti “storici”. Se le banche non hanno ripreso a finanziare l’economia negli anni scorsi, non è detto che -senza correttivi di rilievo come potevano essere le Tltro- a questo giro qualcosa possa veramente cambiare.

In secondo luogo, il quantitative easing ha un limite importante che risiede nel fatto di non coinvolgere l’intera area euro. Grecia e Cipro sono infatti escluse dalla manovra, in quanto ancora soggette al piano di aiuti che vede coinvolte, oltre alla stessa Bce, anche Ue e Fmi. In particolare, per quanto riguarda la Grecia, l’acquisto dei suoi titoli potrà parte solo quando Atene avrà raggiunto il fatidico accordo con i creditori.

Dall’altra parte, nei 15 mesi di durata dell’operazione gli Stati potranno presumibilmente godere di più bassi tassi sui titoli, mentre gli imprenditori giovarsi di un cambio più favorevole alle esportazioni al di fuori dell’area euro. Una volta che il Qe andrà però a ridurre la sua portata, quando non ad interrompersi del tutto, i problemi strutturali non affrontati -e principalmente, almeno per quanto riguarda i produttori italiani, una moneta sopravvalutata- torneranno prepotentemente a palesarsi.

Filippo Burla

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