Roma, 8 feb – “Il Collegio dei commissari ha approvato l’European Chips Act“. Lo ha annunciato il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sottolineando come questo piano possa permettere “di raddoppiare la produzione di semiconduttori entro il 2030″. Cosa vuol dire? In pratica che verranno mobilitati circa 43 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati e i fondi previsti dal Next Generation Eu, da Horizon Europe e dai bilanci nazionali, per incentivare la produzione di semiconduttori, materiali che sono alla base appunto dei microchip e di tutti i dispositivi elettronici integrati.

La dipendenza dall’Asia e la crisi dei chip

Se infatti c’è un aspetto cruciale che la pandemia ha evidenziato in questi due anni è stata la nostra dipendenza dall’Asia, e dalla Cina in particolare, per quanto riguarda le materie prime ma soprattutto per i componenti elettronici. Chiunque abbia dovuto acquistare strumenti elettronici, da smartphone a computer fino anche a componenti come processori o chip di memoria, ha sicuramente affrontato i tempi biblici di ritardo nelle consegne che nell’era del click and buy sembravano impossibili. La crisi è stata così importante da essere stata nominata “chip crunch”, letteralmente la crisi dei chip. I tempi si sono ulteriormente allungati nell’industria dell’automobile, dove la produzione dei sempre più presenti componenti elettronici delle auto ha fatto slittare le consegne di molti mesi, mettendo in ginocchio l’intero settore.

Questo perché si pensava che ci sarebbe stata una flessione nel mercato dovuta alla pandemia, mentre al contrario c’è stata una crescita esponenziale di richiesta dovuta proprio al maggior consumo e alla maggior necessità di strumenti elettronici e supporti per il digitale. E i produttori di chip elettronici hanno preferito in prima battuta favorire il mercato interno piuttosto che l’esportazione. E per produttori di chip elettronici parliamo, appunto, di Cina ed estremo oriente asiatico, che detengono il 70% della produzione mondiale – arrivando anche al 90% per quanto riguarda i chip più avanzati – contro il 9% europeo. Questo monopolio è dovuto principalmente al fatto che il controllo della stragrande maggioranza di siti di estrazione delle terre rare alla base dei semiconduttori sia in mano alla Cina.

Perché il Chips Act europeo è fondamentale

L’obiettivo dello European Chips Act è appunto quello di svincolare l’Europa dalla dipendenza asiatica ed emanciparsi sempre di più fino a diventare leader mondiale del settore. Un settore che è diventato di vitale importanza nell’era che si vuole sempre più digitale e in cui il vero “potere” geopolitico passa attraverso il controllo dei dati e delle informazioni, i quali essendo sempre più “virtuali” devono passare appunto attraverso l’elettronica. È chiaro che chi nell’immediato e medio futuro controllerà flusso ed elaborazione dei dati oltre che l’elettronica, sarà leader indiscusso nella scena mondiale. Chi non ne sarà capace, dovrà per forza di cose essere dipendente e subalterno. E l’Europa in questo campo parte in forte ritardo rispetto ai competitor.

Proprio per questo la Ue punta a raddoppiare la produzione interna entro il 2030, grazie anche alla creazione di cosiddette gigafactory di produzione intensiva ma anche alla forte spinta nel campo di ricerca e sviluppo per incentivare la creazione di semiconduttori di nuova generazione, il cui possesso non passi dalle mani cinesi o comunque non europee. Tra gli obiettivi anche un meccanismo di coordinamento tra i paesi della Ue in modo che l’approvvigionamento di semiconduttori venga costantemente monitorato per valutare e prevenire la domanda, evitando così carenze e crisi. Nell’immediato è invece previsto un piano di emergenza per assicurare una risposta e una soluzione comune agli Stati. La sfida per il futuro, insomma, inizia a farsi reale.

Carlomanno Adinolfi

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