Cina svalutazione yuanPechino, 13 ago – Lo yuan, la moneta cinese, continua a preoccupare il mondo interno. Con una buona dose di sovranità monetaria, le autorità cinesi hanno infatti deciso di procedere con la terza svalutazione della divisa nazionale, che non fluttua sul mercato e non è quindi esposta -se non indirettamente- alle turbolenze finanziare ma il cui valore è deciso da scelte che intersecano tecnicismi, economia reale e politica.

Fatto sta che dopo la svalutazione dell’1.9% di due giorni fa, dell’1.6% di ieri, anche oggi (nella giornata che in Cina si è già conclusa), la People’s Bank of China, la locale banca centrale, ha deciso e ancora senza alcun preavviso di fissare l’asticella di cambio dello yuan a 6,4010 sul dollaro, segnando così un calo di ulteriori 1.1 punti percentuali. E’ la svalutazione più importante dal 1994.

La scelta repentina da parte delle autorità di Pechino ha colto alla sprovvista. I fondamentali dell’economia cinese, tuttavia, spiegano bene il perché. Dopo l’afflosciarsi della bolla finanziaria, gli effetti si sono fatti sentire anche sull’economia reale che ha smesso di macinare i numeri record cui eravamo abituati. Le esportazioni non tirano più come un tempo, mentre i paesi del sud-est asiatico intercettano sempre maggiori investimenti.

La situazione per la Cina si fa dunque sempre più pericolosa. Ecco allora la necessità di intervenire con una vera e propria svalutazione competitiva. Scelta improvvisa ma assolutamente ponderata, con l’obiettivo di rilanciare l’export piegato anche dalla crisi dell’occidente, primo mercato di sbocco delle merci cinesi. Con il timore, però, di perseguire una politica del “cane che si morde la coda”. Se infatti le esportazioni torneranno ad aumentare, dall’altra parte a diminuire saranno le importazioni che proprio dallo stesso occidente arrivano. Nel breve termine la politica è dunque sostenibile, non invece su uno spettro di tempo più ampio: qualora la crisi dell’Europa dovesse acuirsi (anche per i mancati guadagni dell’export verso la Cina), allora il mercato di sbocco europeo che fino ad oggi ha sostenuto le produzioni dell’estremo oriente -e che non può, per sua scelta, utilizzare leve monetarie- rischia di incepparsi.

Filippo Burla

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