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manovra correttiva conti pubbliciRoma, 14 mar – Subito una manovra correttiva da almeno 3,4 miliardi, altrimenti l’Italia rischia di doverne restituire altrettanti. E’ questa, in estrema sintesi, la minaccia – nemmeno tanto velata – che la Commissione Europea muove al governo Gentiloni, chiamato dai tecnici comunitari ad un intervento straordinario sui conti pubblici, da realizzarsi entro il prossimo mese.

Un ultimatum in piena regola: o l’Italia chiude la manovra correttiva entro metà/fine aprile o saltano gli spazi di flessibilità concessi nel corso del 2016. Spazi che, ricordiamo, avevano a che fare con l’emergenza immigrazione e con le necessità di liberare risorse per la ricostruzione post-sisma del centro Italia ed erano destinati agli investimenti. In cambio, come fosse un patto fra postulanti, l’Ue chiede ancora austerità, ultima arma rimasta in mano ai burocrati di Bruxelles e Francoforte per salvare la moneta unica.

La correzione strutturale richiesta assomma ad almeno lo 0,2% del Prodotto interno lordo, 3,4 miliardi di euro per l’appunto. Senza di essa l’Italia può sforare i parametri europei, con il deficit al 2,4% (2,3% l’anno scorso) e il debito verso il 133,3% del Pil. “A prima vista c’è l’evidenza del rischio di un deficit eccessivo basato sulla regola del debito”, annotano i tecnici del Comitato economico e finanziario, il soggetto incaricato delle verifiche periodiche sui conti nazionali.

Ciò che viene chiesto, in sostanza, è un aggiustamento non indolore, dato che con un’ulteriore sforbiciata viene a mancare uno dei supporti alla (poca e asfittica) crescita finora ‘conquistata’. Se la matematica non è un’opinione, essendo la spesa pubblica una delle componenti del Pil, allora decurtando la prima si taglia automaticamente anche il secondo componente della somma algebrica. Ma c’è un rischio in più: senza cambio di rotta secondo i desiderata Ue, con l’eliminazione degli spazi di flessibilità si metterebbero a dura prova anche i conti dei prossimi anni. Con buona pace del governo che puntava a far deficit per ridurre le tasse, a partire da quelle sul lavoro. Al contrario, invece, comunque vada ci attendono misure recessive: l’aumento dell’Iva dal 22 al 24% già scalda i motori.

Filippo Burla

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