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Roma, 18 mar – Dai 550 miliardi della Germania (con il trucchetto) ai 300 promessi dalla Francia, passando per il “bazooka” da 1200 miliardi caricato dagli Stati Uniti. Le cifre ballano, ma una cosa è certa: di fronte all’epidemia di coronavirus le nazioni – europee e non – sono pronte ad allargare i cordoni della borsa. L’Italia del governo giallofucsia, al contrario, li tiene ben stretti.



Coronavirus: il “Cura Italia” è insufficiente

L’ammontare delle risorse messe a disposizione dal decreto “Cura Italia” non lascia spazio a dubbi: rispetto a quanto messo in campo dagli altri Paesi, i 25 miliardi annunciati urbi et orbi da Giuseppe Conte possono, al più, far solletico. Una cifra del tutto irrisoria, nonostante l’avallo praticamente all’unanimità da parte del parlamento, incapace di incidere seriamente sulle dinamiche di un’economia che si appresta a vivere una recessione almeno pari (se non peggiore) a quella del 2009. Con buona parte di Roberto Gualtieri e dei suoi conti sballati. E senza considerare poi gli inaccettabili ritardi, che tradiscono non poca approssimazione da parte dell’esecutivo.

Anche la Spagna fa meglio di noi

Ultima in ordine di tempo è arrivata la Spagna, che non più tardi di ieri ha annunciato un piano di stimoli da 200 miliardi: 117 pubblici, gli altri privati. Anche considerando solo la somma stanziata dal governo, si tratterebbe di oltre il 20% del Pil della penisola iberica: “Sarà la maggiore mobilitazione di risorse della storia democratica della Spagna”, ha spiegato il primo ministro Pedro Sanchez.

Il Mes rientra dalla finestra

Se la manovra di Conte e Gualtieri è palesemente sottodimensionata, il peggio rischia ancora di venire. In sede europea, infatti, si rincorrono più voci in merito ad una possibile richiesta di utilizzo dei fondi del Mes che, in attesa della firma alla sua riforma, è comunque operativo.

“Vogliamo discutere con voi su cosa può fare il Meccanismo europeo di stabilità. Lo dobbiamo fare insieme”, ha spiegato il direttore generale del fondo Klaus Regling al commissario economico Ue, Paolo Gentiloni, a margine dell’ultimo Eurogruppo, quello in cui la riforma del trattato è finita tra le varie ed eventuali lasciando spazio alla discussione sulle misure da intraprendere per affrontare le restrizioni varate dagli Stati per contrastare il diffondersi del coronavirus. Cacciato dalla porta, il Mes è così rientrato dalla finestra: “Abbiamo una capacità di prestito non utilizzata – ha detto sempre Regling – di 410 miliardi di euro, circa il 3,4% del pil dell’Eurozona. Abbiamo una serie di strumenti diversi dei quali mai usati. Dunque penseremo, e potremmo farlo insieme alla Commissione, se e come questi strumenti possano essere utili in queste circostanze”.

Conte vuole la Troika in casa

Un’ipotesi, quella di ricorrere ai fondi del Mes, che sembra – i vertici Ue, a differenza delle sedute del nostro parlamento, non rilasciano alcun verbale di seduta – aver trovato tra i suoi sponsor proprio il nostro presidente del consiglio, affiancato nientemeno che da Emmanuel Macron. L’idea di Conte, stando alle indiscrezioni che circolano, sarebbe quella di chiedere – in ciò spalleggiato fra gli altri anche da Sanchez – risorse senza alcuna condizionalità, vale a dire poter attingere alle risorse del Meccanismo ma in assenza di un “memorandum” fatto di tagli e austerità.

Se di fronte a questa ipotesi il gruppo dei paesi nordici (Olanda in testa, ma non la Merkel) si sarebbe dimostrato freddo, sono le possibili conseguenze a preoccupare. Ricorrere al Mes nelle condizioni in cui ci troviamo significherebbe ospitare a cena la Troika per farla poi rimanere. Auspicare un suo intervento senza alcun memorandum è pura utopia: può essere concesso in prima battuta (forse) per volontà politica, ma prima o dopo il conto da pagare arriverebbe. D’altronde il trattato che lo istituisce (pre-riforma oggi in discussione) parla chiaro: o condizionalità o nessun prestito.

Filippo Burla

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