Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 16 set – La “sfida”, un’occasione “irripetibile”, il piano “ambizioso”. Il Recovery Fund non è ancora partito (né lo farà a breve) ma il governo non ha lesinato nel ricorrere a tutto l’armamentario retorico di cui disponeva per tesserne le lodi. Operazione già vista in passato, basti pensare alla sedicente “potenza di fuoco” del decreto liquidità dello scorso aprile e alla misera fine che ha fatto. Sarebbe sufficiente questo per capire la ragione per cui anche sul Next Generation Europe – alias Recovery Fund, per l’appunto – si stia grattando il fondo degli artifici lessicali. L’obiettivo è sempre lo stesso: essere più realisti del Re – più europeisti dell’Ue, in questo caso – e disegnare un presunto vantaggio per l’Italia che, banalmente… non esiste.

Il Recovery Fund sono (anche) soldi nostri

Partiamo da un dato: l’Unione Europea non dispone, se non in minima parte, di risorse proprie. Il suo bilancio è costituito dai contributi degli Stati membri, alcuni dei quali si trovano in condizione di percettori netti (versano meno di quanto ricevono in termini di fondi comunitari) e altri, viceversa, in condizione di contributori netti. L’Italia è parte dei secondi e per una quota non indifferente: stando agli ultimi dati della Ragioneria Generale dello Stato, dal 2000 abbiamo versato oltre 100 miliardi in più di quanto non abbiamo ricevuto, con una posizione negativa per quasi 7 miliardi nel 2019.

Con il Recovery Fund le cose cambieranno? Nulla è impossibile, ma resta comunque molto difficile. Anzitutto perché, con la Brexit, mancheranno almeno fra i 10 e i 13 miliardi di contributi netti, che andranno suddivisi fra chi resta nel consesso: per l’Italia il conto potrebbe essere all’incirca di un miliardo l’anno. In secondo luogo, in sede di trattativa dello scorso luglio il via libera al piano di ripresa Ue è stato strappato anche grazie ai generosi sconti concessi ai cosiddetti “frugali”: 26 miliardi che sempre qualcun altro dovrà coprire.

Certo, oltre alle risorse in prestito (che non consideriamo per il banale motivo che vanno restituite) i 200 e rotti miliardi destinati l’Italia prevedono una discreta quota – circa 87 miliardi – di sussidi. Somme quindi a fondo perduto, ma da erogarsi nell’arco di 7 anni dal 2021 al 2027 e da coprire – come praticamente tutta la dotazione del Recovery Fund – tramite emissioni sul mercato di titoli comunitari, che Bruxelles dovrà poi in qualche modo rimborsare. Come? Attingendo al suo bilancio, che verrà sensibilmente espanso tramite nuove leve. Tra esse si parla di nuove “risorse proprie” da reperire, ad esempio, con la nascita di imposte comunitarie: un regalino che pescherà direttamente dalle nostre tasche e contribuirà a ridurre sensibilmente il supposto beneficio di un’Italia che, nella migliore delle ipotesi, continuerà a rimanere contributore netto.

E’ Bruxelles a decidere come spendere le risorse

La domanda sorge a questo punto spontanea: non bastava lasciarci direttamente i 5 miliardi che, da vent’anni a questa parte, versiamo mediamente ogni anno nelle casse della Commissione? La risposta è negativa: in tal caso avremmo avuto carta bianca nella facoltà di spesa, un impensabile – per l’Ue, s’intende – alleggerimento del vincolo esterno al quale siamo sottoposti. Non solo infatti la contabilità del Recovery Fund non sembra destinata a virare a nostro favore, ma nemmeno potremo decidere come spendere quei soldi. L’erogazione delle risorse è infatti legata al rispetto di tutta una serie di condizioni. Stando alle conclusioni del Consiglio Europeo del 21 luglio, “il punteggio più alto deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro. Anche l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva”.

In ordine gerarchico verrà così dato maggior spazio alle proposte (che gli Stati dovranno formulare e la Commissione vidimare a suo insindacabile giudizio: potrebbe anche cassarne, arrivando persino a non erogare parte dei fondi: “La valutazione positiva delle richieste di pagamento – si legge – sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali”) che rispettano priorità non italiane, bensì dell’Ue. Le quali non sempre – anzi: quasi mai – coincidono con le nostre. Basti pensare alle citate (in posizione di primazia) “raccomandazioni specifiche per paese”, che nell’ultima versione pre-pandemia – quelle cioé del 2019 – erano un concentrato di richiesta di misure di austerità volte ad abbattere la spesa pubblica: come se non bastasse l’essere in avanzo primario in maniera pressoché ininterrotta (fanno eccezione solo due anni) dal 1992 ad oggi.

Filippo Burla

3 Commenti

Commenta