Roma, 29 mag – Balneari, per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare. Cantavano così nella primavera del 1963 Mina – la tigre di Cremona – e il cervese Piero Focaccia, ex bagnino che proprio con il pezzo scritto da Mogol conobbe la ribalta nazionale. Sono gli anni del miracolo economico, settimane di battigie affollate e città deserte. In particolare ad agosto, mese manifesto dell’esodo tipicamente italiano. Un periodo ruggente anche per il turismo balneare che – incentivato già nel ventennio intercorso tra le due guerre mondiali – in quei frangenti si consolida come appuntamento fisso per gran parte dei nostri connazionali. Ma non soltanto.

Balneari, un modello unico nel suo genere

Sì perché nel giro d’affari del turismo costiero da 15 miliardi annui – arrotondato per difetto – importante è l’introito apportato anche dai turisti tedeschi, francesi, austriaci e svizzeri. D’accordo, non siamo di quelli che “il nostro paese potrebbe vivere di solo turismo” ma insomma la giusta combinazione tra meraviglie naturali (ad esempio Salento o Sardegna) e riconosciuta accoglienza turistica – come in Romagna – rendono l’offerta italiana, impreziosita quindi dai particolarismi locali, un modello vincente unico nel suo genere.

Come gran parte della nostra economia anche il ramo degli stabilimenti balneari si poggia su una rete di piccole – quando non micro – imprese. Attività artigiane, spesso a conduzione familiare, che non possono prescindere da importanti investimenti iniziali ammortizzabili solamente nel giro di diverse “stagioni”. Stiamo parlando di qualcosa come 30.000 realtà e 100.000 lavoratori.

La direttiva Bolkestein e il ddl Concorrenza

Sulla “stabilità” di questo importante settore dovrebbe calare entro il 2024 la mannaia della c.d. direttiva Bolkestein. “Linea guida” dell’Unione Europea recepita nel 2010, l’approvazione dell’inerente disegno di legge comporterebbe infatti la messa a bando delle concessioni commerciali su suolo pubblico.

I nostri bagnini si trovano tra l’incudine e il martello: se da una parte la Commissione va avanti a procedure d’infrazione – 17 negli ultimi 15 anni – dall’altra è sempre più forte la pressione che arriva da Palazzo Chigi, con Draghi (e chi l’avrebbe mai detto?) che spinge con le camere affinché anche l’ennesima liberalizzazione venga portata a termine.

Il ddl Concorrenza (che per ovvi motivi esclude ogni vincolo “nazionale”) così come impostato lascia più di qualche ragionevole dubbio perché spianerebbe la strada a soggetti di dimensioni decisamente maggiori rispetto ai gestori attuali. Per le ragioni di cui sopra, aggiungendo che siamo il paese europeo con più acque di balneazione – oltre 3.000 km di spiagge utilizzabili, di cui il 50% sabbiose – abbiamo la certezza che le multinazionali del turismo rivolgerebbero la propria bramosia proprio sui nostri stabilimenti.

Libera concorrenza o autolesionismo?

Tra i sostenitori della Bolkestein troviamo in particolare chi muove ragioni ambientali (dimenticando che l’uomo per nobilitarsi tramite il lavoro ha da sempre manipolato la natura) o generici privilegi economici – ignari che il sistema, essendo strutturato sulla piccola dimensione locale, reinveste i guadagni in larghissima parte nel tessuto nazionale.

Come già sottolineato, pregi e caratteristiche della ricettività balneare italiana sono unici: il rischio concreto è quello che con il nuovo quadro normativo le attività possano passare a stretto giro di posta dai nostri piccoli imprenditori ai grandi attori esteri. Con riscontri positivi solo per le tasche di quest’ultimi, non di certo per ambiente, lavoratori e bagnanti. Si sacrificherebbe una cospicua fetta dell’offerta turistica in nome della concorrenza: concetto che diventa qualcosa di fuorviante proprio quando eretto a valore assoluto.

Qualche timida protesta in tal senso arriva dal centro-destra. Troppo poco: per migliorare (nell’interesse nazionale) un qualcosa di già eccellente servirebbe al contrario una politica decisamente più forte, non l’ennesima liberalizzazione. Ma d’altronde se ce lo chiede l’Europa…

Marco Battistini

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2 Commenti

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  2. ma che vadano in quel posto,sperando che se lo rompano……
    se si vuole aumentare la concorrenza,
    allora si faccia:
    però alle aste possono concorrere SOLO cittadini italiani,
    in modo che la rendita delle spiagge italiane RESTI IN ITALIA,e resti OBBLIGATORIAMENTE frammentata su almeno trentamila concessioni,esattamente come adesso.
    NO ASSOLUTO a MULTINAZIONALI che vengono qui a fregarci le spiagge ed esportare all’estero i guadagni,anzichè riutilizzarli sul territorio italiano.
    e sopratutto,NO ASSOLUTO A CONCENTRAZIONI DI CONCESSIONI:

    o non si è imparato niente,dal disastro delle autostrade?

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