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agenzie fiscali entrateRoma, 28 giu – Dopo oltre tre mesi dalla sentenza della Consulta che ha fatto decadere circa 800 dirigenti incaricati dell’Agenzia delle Entrate si registra una prima, importante, decisione del governo. Le agenzie fiscali, ma in particolare quella delle Entrate, verranno riorganizzate con una drastica riduzione dei dirigenti ed è stata prevista una procedura concorsuale, per soli esami, che dovrà concludersi entro il 31 dicembre 2016.

Per quanto riguarda il numero di dirigenti di seconda fascia tutte le agenzie dovranno ridurre di almeno un altro 10% il rapporto tra tali dirigenti ed il personale non dirigente così come previsto dalla legge sulla spending review. Inoltre per ciò che attiene al concorso, il decreto attuativo ha autorizzato le agenzie fiscali ad annullare le prove bandite nel corso del 2013 e 2014 e non ancora concluse e a bandire “concorsi pubblici per soli esami, da espletare entro il 31 dicembre 2016, utilizzando modalità selettive definite con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze”. Al personale dipendente verrà assicurata una riserva di posti non superiore al 30%.

Sembrano invece sfumate le ultime speranze per gli ex dirigenti di ottenere un incarico pro-tempore in attesa dell’espletamento del concorso anche se voci sindacali parlano di un nuovo intervento governativo, a breve termine, con il quale Renzi dovrebbe prevedere una copertura parziale dei posti dirigenziali rimasti vacanti e l’utilizzo delle posizioni organizzative speciali per gli altri uffici rimasti sguarniti. Sono voci che lasciano molti dubbi sulla loro fondatezza, infatti se esaminiamo l’atteggiamento tenuto dal premier in questi tre mesi e mezzo pare quanto meno inverosimile che venga creata una “soluzione – ponte” dopo che l’Agenzia delle Entrate, per mano della propria direttrice, Rossella Orlandi, ci aveva provato già cinque volte in altrettanti Consigli dei ministri, con esiti a dir poco disastrosi. Più fattibile, ma decisamente improbabile, potrebbe essere la soluzione delle posizioni organizzative speciali, ma anche tale strumento potrebbe creare seri problemi interni, considerando che l’art. 23-quinquies, comma 1, del d.l. 6 luglio 2012 convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012 n. 135 prevede in primo luogo che il numero massimo di Pos sia di 380 unità ed in secondo luogo che le indennità di posizione – che vanno da un minimo di 21.000 ad un massimo di 26.000 euro oltre all’eventuale indennità di risultato che può andare da un minimo di 2.000 ad un massimo di 5.000 euro – vengano finanziate almeno in parte con il salario accessorio – il cosiddetto ”comma 165” – di tutti i dipendenti. Pertanto ciò comporterebbe da un lato una copertura estremamente parziale degli 800 posti rimasti vuoti, tenuto oltretutto conto che già oltre un centinaio di posizioni sono state assegnate negli anni scorsi, e dall’altro rischierebbe di creare forti tensioni con tutti i dipendenti che si vedrebbero decurtare una sostanziale parte del salario accessorio che andrebbe a finanziare le Pos.

C’è anche un altro aspetto ancora da chiarire sulla gestione dei futuri concorsi. Questo è stato uno dei maggiori punti di scontro tra il ministero dell’Economia, o almeno una parte di esso, e la direttrice. Con quest’ultima che pretendeva la gestione esclusiva della procedura da parte dell’Agenzia mentre dall’altra parte si voleva che fosse la Scuola Nazionale di Amministrazione a gestire l’intera selezione concorsuale. Stando al testo della norma pare che sia stata trovata una sorta di compromesso mediante la quale la gestione rimarrà in mano alle agenzie fiscali ma al tempo stesso le regole, ferree, verranno dettate dal ministero. Sempre riguardo al concorso la previsione “per soli esami” fa presumere che non verrà previsto alcun titolo che fornisca punteggio aggiuntivo, tanto meno gli incarichi dirigenziali ritenuti illegittimi da parte della Corte Costituzionale e dalla giustizia amministrativa. Insomma, le decisioni del Consiglio dei Ministri hanno fornito più dubbi che risposte, non resta che attendere i prossimi giorni per capire meglio quale futuro aspetterà le agenzie fiscali.

Walter Parisi

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33 Commenti

  1. Il Governo persegue la strada della legittimità imposto dalla Corte Costituzionale ma evidentemente ciò non fa piacere a qualcuno perché non si garantisce la tenuta dei privilegi ai soliti del “cerchio magico”. La SNA dovrebbe gestire l’intero concorso perché è chiaro a tutti che la pretesa di una gestione interna dell’Agenzia e’ strumentale alla ‘manomissione’ delle prove concorsuali. Ma la gestione dei concorsi per dirigenti non doveva essere compresa nella riforma del ruolo unico ?? (e quindi ruolo unico etc. etc.)

  2. Adesso ci sara’ la corsa alle POS e l’assalto ai premi dei dipendenti dell’Agenzia. In questo contesto si vedranno i sindacati che ‘lavorano’ per il padrone e quelli che fanno gli interessi dei lavoratori…staremo a vedere….si scopriranno finalmente le carte….

  3. Difenderemo il salario accessorio ad ogni costo…basta con i soliti mega stipendi ai soliti noti che lavorano sulle spalle dei funzionari che veramente portano avanti la carretta negli uffici con uno stipendio da fame!!! #valorizziamoilmerito

  4. La riduzione dei dirigenti e’ assolutamente necessaria e giustificata dal fatto che, in questi tre mesi e mezzo, gli uffici sono andati avanti benissimo anche senza l’esercito dei dirigenti decaduti. Se non fosse stato per i loro penosi lamenti nessuno si sarebbe accorto che l’Agenzia ha perso 1200 dirigenti strapagati dai contribuenti….ma ora la pacchia (per loro) e’ veramente finita ..ma ci voleva la Corte Costituzionale per fermarla!

  5. Concordo con nuova agenzia e aggiungo che i lamenti dei decaduti oltre ad essere penosi sono patetici e offensivi per i funzionari che lavorano in molti casi di piu’ e meglio di loro e prendevano la meta’ dei loro ricchi stipendi e premi.

  6. Ma se questi ex incaricati decaduti sono tanto bravi perche’ non vanno a lavorare nel privato??? Vediamo se li se li prendono 🙂 🙂 🙂

  7. bene Luca, gli auguriamo ogni fortuna, chi è bravo deve poter emergere ovunque, nel pubblico e nel privato, senza necessità di ricorrere a scorciatoie incostituzionali nè al nepotismo nè al lecchinaggio

  8. Sei proprio sicuro/a che siano i funzionari a fare il doppio lavoro? Guarda che quasi tutti quelli che hanno beccato con le mani nella marmellata erano dirigenti che non avevano problemi di rispetto dell’orario di lavoro e di completare le pratiche perche’ assegnate ai funzionari sottoposti….informati prima di parlare..

  9. Questa del doppio lavoro dei funzionari é diventata una leggenda metropolitana come i coccodrilli nelle fogne di New York.
    Ci sono mille modi per beccarli, compresi gli stessi strumenti che utilizziamo nei confronti degli evasori. Per non parlare poi della mail anticorrotti istituita dall’Orlandi.
    Se non ne viene beccato nemmeno uno non sarà semplicemente perché non ce ne sono?

  10. Quando si parla di Pubblica Amministrazione, 9 volte su 10 si fa il raffronto con il privato: il privato è bello, è efficiente, è motivante, è produttivo, il pubblico no.

    Tra i sostenitori della necessità di riformare la Pubblica Amministrazione, il privato è un modello positivo: dagli anni ’90 a oggi, tutte le riforme della Pubblica Amministrazione, con varie sfumature, hanno tentato di importare “meccanismi” propri del privato nel pubblico.

    9 volte su 10 il paragone – e il conseguente tentativo riformatore – non ha senso. Tra pubblico e privato non c’è la differenza, per dire, che può esserci tra un mammifero e un insetto. C’è quella che passa tra mondo animale e mondo vegetale. Ciò che è pubblico non ha, per definizione, un proprietario. Ciò che è pubblico è per definizione immortale (gli enti pubblici non falliscono, cioè non muoiono, al massimo possono essere soppressi, cosa che in realtà corrisponde a una lenta forma di eutanasia.)

    Naturalmente, chi scrive crede fermamente nella possibilità di introdurre forme di organizzazione della produzione dei servizi pubblici mutuate dalle aziende private. Per esempio la contabilità economica, che tiene traccia delle risorse consumate e non solo “spese”. Ma queste sono innovazioni lente, che richiedono costanza e applicazione, mentre le riforme non hanno pazienza: si deve approvare la legge, si deve comunicare ai mezzi di informazione che si sta riformando la Pubblica Amministrazione, in una direzione più moderna, più efficiente, più orientata ai “risultati”. Peccato che il concetto di risultato, nel pubblico e nel privato, sia completamente differente.

    Di solito, gli ideologi delle riforme sono studiosi del mondo delle aziende private che hanno per obiettivo introdurre elementi di mercato nel mondo delle organizzazioni pubbliche. Recentemente, in una intervista, ho letto una affermazione del prof. Giovanni Valotti. Già in Bocconi, oggi manager di una azienda di diritto privato e di proprietà pubblica, ma soprattutto autore di studi e animatore di un osservatorio scientifico sulla riforma della Pubblica Amministrazione. In sintesi, egli sosteneva che i dirigenti pubblici sono assai più bravi nel rispettare le procedure amministrative che nel motivare il proprio personale.

    L’affermazione è non solo vera, ma anche condivisibile.

    Il punto è: come invertire la situazione? Finché nel pubblico, la distribuzione di incentivi, la valutazione dei meriti individuali, l’adozione di una organizzazione del lavoro è soggetta (deve essere soggetta) al rispetto di regole, basate sul principio di pari trattamento, e sottoposte a controlli e a rendiconti, e contestabili con le forme proprie della giurisdizionabilità degli atti pubblici, mi pare naturale che un dirigente pubblico si specializzi più nel rispetto delle procedure. D’altra parte, chi di voi vorrebbe uffici pubblici gestiti in modo non dico arbitrario, ma certamente unilaterale e senza rendere conto a nessuno? Sarebbe un bravo dirigente pubblico quello che dicesse: “Io sono il proprietario della baracca, io decido”? Direi di no.

    Eppure, restando nel tema di come si motivano le persone che lavorano, un principio io lo importerei e subito dal privato. Un principio che invece nessuno propone mai. Così come la riforma oggi all’esame del Parlamento non mette un solo strumento, nuovo o migliorato, nelle mani dei dirigenti pubblici, per permettere loro di motivare i lavoratori.

    Il principio è quello, non scritto, che fa sì che chi entra in una organizzazione privata ha la possibilità, teorica quanto si vuole ma esistente, di diventarne un giorno il capo. Assunto come fattorino, diventare il Presidente, l’AD, il CEO. Non è solo un film di Frank Capra. Per quanto succeda ovviamente rarissimamente, è comunque una chance che nelle aziende private esiste.

    Nel campo pubblico, invece, la carriera – che ovviamente è certo comunque possibile fino ai massimi livelli apicali – è scandita dal superamento di prove concorsuali, basate sull’accertamento burocratico del possesso di certi requisiti e competenze. Pur con lodevoli, ma marginali eccezioni, quello che hai fatto “sul campo” nel pubblico non serve a far carriera. Al massimo, accresce la tua reputazione e può portarti qualche vantaggio per così dire esterno.

    Eppure, il feticcio tutto italiano per cui la carriera nella PA si fa “per concorso” è talmente solido che nessuna riforma lo ha mai messo in dubbio. Anzi, oltre ad essere regola per gli avanzamenti di grado del personale non dirigente, qualche anno fa il concorso pubblico fu introdotto – per comprensibile e giusta reazione alla arbitrarietà con cui venivano gestite dalla politica – anche per le nomine a direttore generale, cioè il massimo livello di carriera del personale pubblico. Norma poi abrogata per desuetudine, visto che di “concorso a direttore generale” non ne è stato fatto neppure uno.

    La Costituzione, sempre invocata, prescrive che “per concorso pubblico” si entri nella Pubblica Amministrazione. Giusto, perché se questa è di tutti, le assunzioni non possono (non dovrebbero) essere decise se non secondo sistemi equi, trasparenti, rigorosi ecc… Ma non dice, la Costituzione, che la carriera si debba fare anche per concorso.

    Per concorso si dovrebbe essere assunti nella PA, iniziando la propria carriera con il grado corrispondente ai propri titoli e alle proprie competenze, accertate con esami dei titoli, scritti, orali. Ma poi l’ascensore della mobilità verticale all’interno dell’organizzazione non deve essere vincolato al superamento di prove, in cui si è giudicati da persone diverse da quelle per e con cui si è lavorato.

    Prevedo che si obietterà: come si evita l’arbitrio, il nepotismo, il clientelismo o peggio? Ovviamente, le proposte di avanzamento non possono che partire dal proprio dirigente o capoufficio che dir si voglia. Colui che ti conosce, per cui e con cui hai lavorato, e che ha utilizzato questa leva per motivarti. Le proposte dovrebbero poi essere vagliate da una commissione fatta invece da persone che non conoscono direttamente né il lavoratore né il dirigente, e che valuteranno la meritevolezza e l’onestà di quella proposta.

    Una filosofia, questa, che con varianti già è presente nei sistemi di gestione delle carriere di alcune organizzazioni pubbliche, una per tutte la Banca d’Italia.

    La capacità di motivare non passa attraverso la possibilità di distribuire un incentivo economico, che comunque – per i motivi già illustrati – deve essere gestito (è denaro pubblico!) secondo criteri rigorosi e obiettivi. Innanzitutto, perché i dipendenti pubblici, godono – dovunque – di un “premio” costituito dal fatto che intrinsecamente nel lavoro pubblico i salari sono più alti della produttività, non partecipando le Pubbliche Amministrazioni a un mercato. In secondo luogo perché negli uffici pubblici i dipendenti bravi sono quelli capaci di far funzionare il cervello: nella Pubblica Amministrazione ci si muove soprattutto tra carte e regolamenti, essendo una minoranza le professionalità tecniche, e il cervello funziona indipendentemente dalla timbratura del cartellino. Bisogna quindi fare leva su incentivi morali e il più potente di essi è la possibilità di far carriera, migliorando la propria posizione economica, sociale e la propria gratificazione.

    Del resto di forme di incentivazione ne abbiamo sperimentate tante nel pubblico, senza risultati apprezzabili, e sarebbe forse ora di provare strade diverse.

    Il principio di cui parlo secondo me farebbe partire davvero l’”ascensore” della carriera e sarebbe una riforma vera, importante, di vasto impatto, capace (forse) di far davvero cambiare verso alla PA.

    Ma una riforma del genere non è mai stata presa in considerazione da nessun riformatore. Perché? Forse perché la società italiana teme la competizione e preferisce acquattarsi in un ipocrita appiattimento del merito e delle carriere. Forse perché – come mi disse una volta un sindacalista cui esponevo la mia idea – “non possiamo fidarci di voi dirigenti.” Forse perché nella ex patria del diritto, resiste il mito della “procedura giuridica” che dovrebbe garantire l’imparzialità assoluta e invece non riesce a produrre risultati effettivamente equi.

    I fratelli Coen un film come “Mister Hula Hoop” in Italia non avrebbero potuto girarlo. Il protagonista (che nel film diventa leader dell’azienda in cui era entrato come addetto alla posta) avrebbe passato il proprio tempo libero a preparare il concorso, anziché inventare l’hula-hoop (e poi il frisbee).
    R

  11. E come mai nelle agenzie fiscali le cose non hanno funzionato? Meditate innovatori della prima repubblica….

  12. Lo dici tu che non hanno funzionato
    Non é che se tu non hai le qualità dovevano sceglierti comunque
    Le eccezioni ci saranno state ma in generale ha funzionato.
    Mi spiace per te e per tutti noi perche da ora in poi non ci sarà piu un amministrazione del merito
    Questi sono argomenti non quelle di un generico riferimento alle raccomandazioni e al nepotismo: legende metropolitane come i coccodrilli nelle fogne di new york come sostiene il famoso curioso
    F

  13. Aveva perfettamente ragione Caponnetto, solo che per funzionare a dovere un sistema del genere doveva prevedere un semplice meccanismo: quello della responsabilità.
    I dirigenti apicali scelgono i dirigenti di livello più basso, vengono posti obiettivi seri, quantificabili perfettamente e non manipolabili e poi si passa a fine anno ad una valutazione approfondita.
    I non adeguati vengono retrocessi al rango di funzionari e coloro che hanno scelto i dirigenti inadeguati venivano rimossi.
    Invece, come per miracolo, mai neppure uno solo dei dirigenti incaricati è stato considerato inadeguato. Un vero miracolo anche perchè su quasi 800 incaricati, anche solo per la legge dei grandi numeri, un inadeguato avrebbe dovuto esserci! Invece no! Tutti belli, splendidi, efficientissimi, preparatissimi e brillantissimi!
    Certo! Come no! Come poteva essere altrimenti se chi li valutava erano gli stessi che in quei posti ce li avevano piazzati?!
    Chi è il cretino che va a dire “questo dirigente è inadeguato” sapendo che lo ha scelto lui?
    E così il sistema non solo si autoalimentava ma si autotutelava fornendosi obiettivi più che fattibili e poi dicendosi da solo “sono il sistema più efficiente in Italia”, suonandosela e cantandosela da solo.
    Peccato che Caponnetto è morto, altrimenti gli avrei fatto notare volentieri questo particolare che nei suoi scritti aveva involontariamente trascurato.

  14. Ottima e assolutamente veritiera l’analisi de il curioso. Dovremmo ammettere tutti -se fossimo onesti intellettualmente- che il sistema di scelta e quindi di permanenza perenne (sulla base di obiettivi ridicoli) nelle stesse posizioni dei nominati ha creato il disastro a cui stiamo assistendo da oltre tre mesi. Almeno la decenza di tacere per favore….

  15. Caponnetto bonta sua non é affatto morto, non parlate a vanvera
    Caponetto é un dirigente vivo e vegeto della PDC
    Solo slogan sapete usare

  16. Poi parlate di quali obiettivi?
    All’agenzia del territorio gli obiettivi erano fissati a maggio di ogni anno e non erano certo rimodulabili. Le valutazioni erano diversificate secondo le performance veritiere e soprattutto misurate oggettivamente.
    Pertanto per favore non fate di tutta l’erba un fascio. Se all entrate le cose andavano diversamente per favore da ora in poi fate una distinzione.

  17. Di tutta questa vicenda emerge con chiarezza che il sistema dei “dirigenti a vita” solo perche’ hanno superato un concorso (magari 30 anni fa) e’ del tutto FALLIMENTARE. Il lavoro del dirigente deve essere meritato giorno per giorno con competenza, professionalita’ e con la capacita’ di gestione delle persone.vediamo troppo spesso che i manager pubblici si siedono sulle loro poltrone e diventano degli intoccabili “privilegiati”. Per fortuna grazie alla riforma madia questo sistema aristocratico della dirigenza italiana verra’ a cessare e forse la PA diventera` davvero moderna ed efficiente.

  18. Per me A. Caponnetto é Antonino Caponnetto ex capo del pool antimafia di Palermo.
    Se é un altro ancora vivo meglio…allora fategli leggere quanto ho scritto ed invitatelo a fare meno voli pindarici e a guardare più alla realtà della pubblica amministrazione.
    Qui gli slogan li usano solo i difensori del sistema degli incarichi.

  19. Quello che si è verificato nell’AE è stato il fenomeno di moderna managerialità interpretato prevalentemente da dirigenti che erano o sono ancora espressione fedele del vecchio clientelismo politicizzato di cui essi avevano beneficiato. A questi grandi innovatori “retrogadi” non è sembrato il vero di rotrovarsi in mano, gratuitamente, la possibilità di gestire quel “potere” che essi avevano sempre concepito di esclusiva prerogativa di eminenti politici di razza. E’ stato come dare la famosa “pazziella” in mano a creature! Senza alcun controllo esterno hanno fatto e disfatto tra loro e per le loro convenienze e quando si sono resi conto della possibilità di gestire a piacimento la carriera e la vita del “personale” ad essi affidato, senza correre alcun rischio e senza dover rispondere a nessuno delle loro discrezionalità selettive, hanno ritenuto fondamentale e proficuo, e così volevano farlo credere, proseguire nel sistema degli incarichi fiduciari che assicuravano devozione assoluta e la gratificante percezione di quelle sensazioni di “autorevolezza” che mai avrebbero immaginato di possedere. Per più di quindici anni abbiamo sopportato questo “luna park” della carriera da brivido (retribuzioni triplicate dalla sera alla mattina senza il sacrificio di notti di studio e senza dover dimostrare alcun percorso lavorativo sudato e fruttuoso – bastavano anche uno due anni di servizio e ti ritrovavi a gestire ed a “supervedere” il lavoro che non avevi mai “visto”. Chi criticava e aveva il coraggio di esprimere il proprio dissenso, dimostrando di non essere cretino, veniva inesorabilmente bruciato!! Ma quel che è sintomatico della sensazione di onnipotenza che ha pervaso quella classe dirigente, ora improvvisamente ammutolita, è stato il totale disinteresse e l’assoluta mancanza di qualsiasi attenzione per la giurisprudenza amministrativa che, “chiamata in causa”, non aveva mai potuto fare a meno di rilevare tutta l’aberrazione giuridica di quell’andazzo!!

  20. X “X la precisione”: fedelissimo quadro del sistema degli incarichi e della gestione del potere all’interno dell’AE.
    Complimenti. Da applausi.

  21. Perfetto riepilogo di luoghi comuni e di sporcizia che è soprattutto negli occhi di chi guarda. Un applauso

  22. Verissimo. Sono tutti maligni, cattivi ed in malafede. In questa storia ci sono soltanto 800 vittime. Tutti gli altri sono carnefici.

  23. Me ne sono fatte tante di domande e mi sono pure risposto.
    E una delle conclusioni alle quali sono arrivato é che gli unici totalmente puliti in questa storia sono quelli che gli incarichi non li hanno né assegnati né ricevuti e che non avrebbero mai avuto l’opportunità né di riceverli né, tanto meno, di assegnarli.
    Tutti gli altri qualche colpa ce l’hanno…chi poche (gli incaricati), chi tante (gli incaricanti). Ma alla fine, fatti salvi quelli che dicevo all’inizio, il più sano….

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