Claudio Descalzi, attuale ad EniRoma, 14 mar – Taglio al dividendo, riduzione degli investimenti, stop al riacquisto di azioni proprie, dismissioni. E il titolo crolla. Questa la sintesi della giornata di ieri, nella quale l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha presentato il piano industriale Eni per il periodo 2015-2018.

Il calo del prezzo del petrolio è una variabile indipendente che si fa sentire, pesantemente, sulle scelte compiute dalla dirigenza. Eni vuol crescere e lo farà spingendo sull’esplorazione e la coltivazione di giacimenti. “L’obiettivo di crescita delle produzione di idrocarburi è pari al 3.5% annuo”, spiega la società una nota. Con un occhio ai costi: quelli operativi sono previsti in calo del 7%, mentre gli investimenti subiranno un taglio del 17% rispetto al triennio precedente. A differenza di molti suoi concorrenti, Eni punta quindi dritto sull’attività “tipica”, che gli ha permesso nel tempo di accumulare un vantaggio competitivo di prim’ordine. Il costo medio che il cane a sei zampe sostiene per lo sviluppo dei campi di gas e petrolio è infatti sensibilmente inferiore rispetto ad altri operatori del settore. Secondo alcune stime, Eni spende circa 45 dollari lordi a barile estratto, garantendosi così un minimo margine anche in condizioni di prezzi estremamente bassi.

Le fiacche quotazioni del Brent riverberano i loro effetti anche dal lato contabile. Nonostante la sensibile contrazione dell’utile per quest’anno il dividendo resterà in linea con le indicazioni fatte a suo tempo. Non sarà così a partire dal 2016, quando la cedola per azione passerà dagli 1.12 a 0.8 euro. I risparmi Eni sono nell’ordine degli 1.1 miliardi, che verranno trattenuti per poter assicurare la generazione di cassa necessaria per sostenere gli investimenti in autofinanziamento. Dall’altra parte, significa che ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti, i due azionisti di riferimento, dovranno rinunciare ad almeno 350 milioni l’anno che non potranno più andare a puntellare le finanze pubbliche. “Creiamo una compagnia che non usa le riserve per pagare i dividendi. Io non guardo all’oggi ma al lungo termine”, ha detto Descalzi. Una decisione che, unitamente a quella di bloccare il riacquisto di azioni proprie, non è piaciuta al mercato: nella giornata di ieri, sulla piazza di Milano il titolo è stato prima sospeso per eccesso di ribasso, per poi chiudere la seduta a -4.59%. Si allontana anche la cessione delle quote detenute dal ministero, che proprio nel piano di buy back vedeva la possibilità di scendere nel capitale pur senza perdere la maggioranza (relativa) dei voti in assemblea. Scelta assai discutibile, ma che probabilmente segnerà una battuta d’arresto nelle velleità privatizzatrici da parte di Padoan.

Terzo punto all’ordine del giorno è relativo alle dismissioni, che da qui al 2018 dovranno portare in cassa almeno otto miliardi di euro. Il 50% della cifra verrà dalla cessione di quote di partecipazione nelle più recenti scoperte, un altro 25% dall’uscita dal capitale di Snam e della portoghese Galp, il restante 25% “dalla cessione di asset maturi upstream e di attività non-core nel mid-downstream”, senza alcuna precisazione riguardo al destino di Saipem.

Quel che emerge dal piano industriale Eni è una società più “leggera”, razionalizzata nelle sue dinamiche operative. La visione di Descalzi è nota da tempo: ridurre la presenza lungo la filiera produttiva, concentrandosi solo sulle attività a monte e cioè la ricerca e sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio che tante soddisfazioni hanno dato negli ultimi anni. La scelta è comprensibile, ma non si spiega alla luce di almeno due punti. Anzitutto la forza contrattuale: se Eni può offrire un servizio completo che va dalla ricerca alla trivellazione, dal trasporto allo stoccaggio, passando per la raffinazione, sarà senza dubbio avvantaggiata rispetto che limitandosi alle sole prime due attività. In secondo luogo, non si capisce quale sia la logica che lega tale strategia alla contemporanea cessione di quote delle nuove scoperte. Il timore è che tutto ciò sia il preludio ad un ridimensionamento, un profilo aziendale molto più basso dopo lo zenith raggiunto sotto la gestione Scaroni.

Filippo Burla

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