economia 2016
Ripresa sì/ripresa no, disoccupazione, austerità, privatizzazioni e mancanza di politica industriale: come andrà l’economia nel 2016?

Roma, 1 gen – Se le previsioni meteo di lungo termine spesso lasciano il tempo che trovano, quelle economiche sono quasi al limite dell’arte divinatoria. Troppe le variabili, interne ed esterne, con le quali si ha a che fare. Nonostante questo, è possibile azzardare qualche linea guida di come potrà evolvere l’anno 2016 appena iniziato.

La ripresa

Il governo Renzi sta, ormai da qualche mese, rimirandosi allo specchio nella convinzione di essere riuscito a dare la tanto attesa svolta in termini di Pil. Se il principale indicatore è oggettivamente in crescita, più di qualche dubbio è lecito sollevarlo quando si tratta di attribuirne i meriti. E qui casca il proverbiale asino: non siamo ancora indipendenti dal petrolio (e sul medio termine non lo saremo), per cui i valori del barile impattano – eccome se impattano – sui fondamentali economici. E’ già successo durante la “mini-crescita” del biennio 2010-2011, sta accadendo di nuovo. A questo giro, però, i valori del greggio sono ancora più bassi, circa un terzo rispetto alla media di buona parte del 2013 e 2014. Ci tocca quindi ringraziare l’Arabia Saudita e le apparenti follie dell’Opec, insieme al rientro in grande stile dell’Iran sul mercato internazionale. Non certo il Jobs Act o il bonus degli 80 euro.

Il lavoro

Secondo tema è quello del lavoro. Il Jobs Act doveva – superando articolo 18 e Statuto dei lavoratori – essere la panacea di tutti i mali, capace di convincere gli imprenditori ad assumere di nuovo. Nulla di tutto questo: la disoccupazione non scende sensibilmente se non grazie ad artifici contabili, la crescita dei contratti a tempo indeterminato è data nella maggior parte dei casi da stabilizzazioni di precedenti rapporti a termine e le nuove assunzioni sono arrivate quasi solo grazie a incentivi mirati, che però con l’anno nuovo verranno progressivamente a calare. Con le conseguenze che è facile immaginare. D’altronde, le imprese assumono se c’è prospettiva di avere una domanda: senza aumento della quota dei redditi da lavoro, la domanda interna è destinata a vivacchiare in un circolo che, se non vizioso, è quanto meno stagnante.

L’Europa e le banche

Dalla domanda interna alle fibrillazioni comunitarie il passo è breve. Sì, perché la prosecuzione delle politiche di austerità ha come primo obiettivo – perseguendo acriticamente il modello tedesco – quello di puntare sulla domanda estera. Peccato che, se la matematica non è un’opinione, se qualcuno realizza un attivo oltre frontiera allora qualcun altro deve per forza realizzare un passivo. La battaglia si gioca sulla competitività, ma avendo giocoforza un cambio fisso (la moneta unica), l’unica strada è quella della svalutazione interna. Un percorso che abbiamo intrapreso dal governo Monti e passato indistintamente per il Letta prima e per il Renzi adesso. A parte le presunte frizioni con la Merkel, l’ex sindaco di Firenze non sembra interessato a cambiare minimamente l’impostazione di fondo. Ne sia prova l’aver accettato ad occhi chiusi i diktat di Bruxelles sul non salvataggio delle banche, quando invece la Germania ha potuto – in barba a qualsiasi regola che sembra valere solo a seconda delle interpretazioni – spendere oltre 200 miliardi di euro per mettere le proprie in sicurezza. Una disparità di trattamento che dà la cifra dell’Unione Europea, non a trazione né a guida tedesca, ma sotto suo ricatto. In attesa delle nuove regole, per cui con il cosiddetto “bail in” da oggi a pagare per eventuali dissesti non saranno più (solo?) gli amministratori degli istituti di credito, ma anche e soprattutto i creditori e i correntisti. Con una piccola differenza: eventuali condanne e conseguenti risarcimenti a carico dei vari papà Boschi della penisola arriveranno sempre con anni di ritardo, grazie alla solerzia della magistratura; i risparmiatori saranno invece espropriati dei propri depositi quasi seduta stante.

Privatizzazioni e politica industriale

L’austerità imposta non tocca solo redditi, lavoro, domanda interna. Colpisce anche, com’è noto, i saldi di finanza pubblica. In barba a Keynes, alla spesa in deficit e al finanziamento delle politiche grazie alla banca centrale, che ci ha permesso di divenire all’epoca fra le primissime potenze industriali del mondo e nonostante gli evidenti fallimenti dell’ultimo lustro, dalla Commissione intendono proseguire senza indugio sulla via del rigore di bilancio. Ci aveva già provato Quintino Sella nella prima Italia post-unitaria: non entrammo nel novero delle nazioni avanzate ma, in compenso, con l’imposta sul macinato divenne per molti difficile mettere insieme il pranzo con la cena. Al tempo fu una tragedia, ora – e aveva ragione Marx – si sta ripetendo sotto forma di farsa. In questo surreale teatrino, le privatizzazioni (in rampa di lancio per il 2016 ci son già le Ferrovie) di quel che resta dello Stato imprenditore sono il primo atto e la politica industriale il secondo. Rectius: la mancanza di una politica industriale, che – come hanno osservato dalle pagine di La Repubblica Affari e Finanza, in uno slancio di sincerità – non esiste ma è semmai “preterintenzionale”. Come a dire che non ve n’è intenzione, ma càpita di farla come se fosse un orpello, un accessorio. Il che offre un quadro abbastanza desolante sulle effettive capacità dell’esecutivo.

Filippo Burla

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