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Enel Green Power, prima la cessione, poi il riacquisto: e intanto, la quota pubblica si diluisce

Roma, 19 nov – Il consigli di amministrazione di Enel ed Enel Green Power hanno approvato il progetto di scissione parziale non proporzionale che porterà la seconda a tornare integralmente sotto il controllo della capogruppo. La mossa era nell’aria da mesi e si concluderà con la convocazione, a gennaio, delle assemblee straordinarie chiamate ad esprimersi sull’operazione.

La fusione Enel – Enel Green Power

La parte più importante del piano riguarda la ventura fusione fra Enel ed Enel Green Power. La società delle energie verdi era nata nel 2008 per separare le attività rinnovabili da quelle convenzionali: una scelta fatta anche al fine di diversificare i profili di rischio, segnatamente con riferimento al fatto che le energie da fonti pulite che godevano di sussidi molto remunerativi, ma sulla cui “tenuta” sul lungo termine non vi erano certezze. Enel manteneva comunque una partecipazione di rilievo, pari a quasi il 70%.


Nel tempo, Enel Green Power è cresciuta sia per linee esterne che per linee interne, segnando anche discrete performance di borsa.

Con i sommovimenti in corso nell’ambito energetico – complici anche i bassi prezzi del petrolio – il settore si sta però lentamente riorganizzando. Enel, fra i principali gruppi al mondo per capacità installata, dopo aver accorciato le linee di comando nelle tante partecipate in America Latina a seguito la maxi-acquisizione della spagnola Endesa, ha scelto così la strada del riacquisto delle quote di minoranza di Green Power.

“Enel Green Power è un fattore crescita fondamentale del gruppo. Dalle rinnovabili arriverà il 50% della crescita incrementale degli investimenti dell’Ebitda prevista dal nuovo piano. E’ un leader a livello globale, ha la pipeline più diversificata e qualità negli asset rinnovabili, capacità di sviluppo ed esecuzione a livello di eccellenza”, ha spiegato l’amministratore delegato Francesco Starace.

Il disimpegno pubblico

A valle della fusione – che verrà condotta assegnando azioni di Enel agli attuali azionisti di Enel Green Power – il ministero dell’Economia, che già aveva diluito ad inizio anno la sua quota dal 31.2 al 25.5%, scenderà a circa il 23.5% del capitale: una cessione mascherata e che, peraltro, non porta un euro di introito nelle casse dello Stato.

Ma con che logica prima si vende e poi, dopo neanche dieci anni, si riacquista? Sacrificando, pure, un’altra quota statale?

Quello pubblico è un lento e costante disimpegno. Non solo finanziario e in termini di quote detenute, ma proprio gestionale e che accende i riflettori sulle modalità con cui le partecipazioni pubbliche vengono condotte. L’impressione è che dalle parti di via XX Settembre si comportino come un piccolo risparmiatore, con un atteggiamento di sostanziale passività rispetto alle scelte condotte. Peccato che il ministero non sia un cassettista come tanti, ma – per legge – il primo azionista. Lecito sarebbe aspettarsi qualcosa di più che un profilo da spettatore. Al momento, dal governo si svegliano solo quando si tratta di procedere alle (discutibili) nomine dei vertici. Per poi tornare in letargo nei successivi tre esercizi.

Filippo Burla

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