Bruxelles, 20 apr – A parole, massima unità. Nei fatti, ognun per sé e Dio per tutti. È questa la fotografia dell’Europa nell’anno di grazia 2022. L’ultimo pomo della discordia tra Parigi e Berlino è rappresentato dalle sanzioni sul petrolio russo. Con la Francia meno dipendente dal greggio di Mosca, Macron sta spingendo per inasprire le misure anti-Putin – cosa che, di converso, andrebbe a danneggiare la Germania (e l’Italia, ovviamente). La Commissione Ue, da parte sua, è categorica: «Rafforzeremo le nostre sanzioni», è stato il grido di battaglia di Ursula von der Leyen, a margine della chiamata con Joe Biden.

Le sanzioni e il gioco degli scacchi

La situazione è deprimente: Washington, vera vincitrice della guerra, ha il coltello dalla parte del manico, e il Vecchio continente sta cedendo a ogni ricatto. Ma quello che sembra un assist agli Stati Uniti – e oggettivamente lo è – Parigi non lo ha fatto per zelo atlantista, ma semplicemente badando al suo «particulare»: la lotta per l’egemonia nell’Europa della pax americana non è ancora conclusa. Ogni mossa, anche la più distensiva (leggi: Versailles), rientra appieno in una strategia che mira a spodestare il concorrente dal trono di Bruxelles. E ora la Germania, per cui l’oro nero di Putin è fondamentale, si trova sulla difensiva: un ottimo banco di prova per il nuovo cancelliere Olaf Scholz. Vedremo a brave di che pasta è fatto.

L’incognita francese

La Francia, invece, è passata al contrattacco dopo anni di apnea. Il Trattato di Aquisgrana altro non era che la quiete prima della tempesta: una commedia che non fa ridere. Tuttavia, ci sarà ancora da aspettare. Domenica prossima, infatti, i francesi sono chiamati al voto per eleggere il loro nuovo presidente della Repubblica. Macron è in vantaggio, ma la vittoria dell’«oligarca» transalpino è tutt’altro che scontata. E Ursula non ne vuole sapere di servire un assist elettorale a Marine Le Pen, che ha puntato la sua campagna sul potere d’acquisto dei cittadini francesi. Inoltre, non dimentichiamolo, lo spettro dei gilet gialli non ha mai smesso di inquietare le cancellerie del Vecchio continente. Insomma, se Berlino piange, Parigi non ride.

Un’Europa fallimentare

In ogni caso, la debolezza del carrozzone europeo non si manifesta solo nelle ingerenze della Casa Bianca o nel braccio di ferro franco-tedesco. La sua fragilità è strutturale: l’impianto ordoliberale di Bruxelles, fatto di regole assurde e antieconomiche, è caduto giù da un pezzo. D’altra parte, la bontà di un sistema macroeconomico si misura non in tempi di bonaccia, ma quando arrivano choc esterni: pandemia e conflitto russo-ucraino hanno mandato letteralmente all’aria il castello di carte edificato a Maastricht.

Lo Stato non deve intervenire nel mercato, ci hanno ripetuto fino alla noia i giannizzeri brussellesi. Ora, però, ecco il via libera agli aiuti statali alle imprese esposte con Russia e Ucraina. A beneficiarne sono in primo luogo Polonia e Germania. Berlino ha già stanziato 20 miliardi di euro: ossigeno puro. Ma l’Europa, si sa, ha figli e figliastri: i tedeschi possono, gli italiani no. O comunque devono aspettare: attualmente Roma è in coda, in attesa che i falchi dell’austerità concedano il proprio assenso. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Valerio Benedetti

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