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Roma, 6 giu – Voce modificata, passamontagna per nascondere il volto, occhiali da sole ad oscurare gli occhi. Chi si ricorda dell’idraulico di Piazza Pulita? Il tema era quello dell’evasione fiscale. Su di esso la trasmissione di La7 aveva raggiunto, forse, uno dei punti più bassi della sua storia. Banalità a buon mercato e affermazioni (ovviamente non verificabili: tutto un “dagli all’untore” mentre l’elefante nella stanza non solo c’è, ma si agita pure. Nell’indifferenza dei più, impegnati a trovare comodi capri espiatori. Una volta il libero professionista che non emette fattura, l’altra il barista che dimentica di battere lo scontrino. Senza dimenticare il caro vecchio pallino del contante, anche se non esiste alcuna correlazione dimostrata tra il suo uso e le somme sottratte al fisco.

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La vera evasione è quella dei giganti di internet

Nei giorni in cui sale agli onori delle cronache la vicenda di Microsoft, capace di fatturare in Europa qualcosa come 260 miliardi pagando la bellezza di zero euro di tasse, esce anche una ricerca della Cgia di Mestre che mette a confronto il contributo alle casse pubbliche dato dai colossi dell’internet con quello dei lavoratori autonomi. Parliamo di realtà, spesso artigiane, che anche volendo non avrebbero la possibilità di gabbare il fisco appoggiandosi alla libera circolazione dei capitali (uno dei pilastri dell’Ue) e alle pratiche predatorie di alcune nazioni del consesso comunitario. Ve lo immaginate il vostro elettricista di fiducia che si domicilia legalmente in Olanda? Ecco, appunto.

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Ebbene, le nostre micro e piccole imprese hanno versato, nel 2019, la bellezza di 21,3 miliardi di euro di imposte erariali in più rispetto ai giganti del web presenti in Italia. “Due anni fa – si legge nello studio – l’aggregato delle controllate appartenenti al settore del WebSoft ha registrato un giro d’affari nel nostro Paese di 7,8 miliardi di euro. Il numero di addetti occupati in queste realtà era di oltre 11mila unità, mentre al fisco italiano hanno versato solo 154 milioni di euro”. Nello stesso anno, invece, “il popolo delle partite Iva, con meno di 5 milioni di fatturato, ha generato un fatturato di 814,2 miliardi. Il contributo fiscale giunto all’erario da queste 3,3 milioni di piccole realtà è stato di 21,4 miliardi di euro”. Significa un importo di circa 140 volte superiore al gettito versato dalle multinazionali.

La pressione fiscale sugli autonomi è doppia rispetto alle multinazionali

Notevole, di conseguenza, la differenza del carico fiscale. “Se il livello medio di tassazione di queste big tech è, secondo l’Area studi di Mediobanca, al 32,1 per cento, nelle nostre piccolissime realtà si aggira attorno al 60 per cento“. Quasi il doppio. Numeri che è necessario conoscere per poter ricondurre i casi di evasione nelle seconde (che esistono, nessuno lo nega) ad un preciso fenomeno. Quello dell’evasione di sopravvivenza.

Una problematica, quest’ultima, che senza timore di smentita non tocca le superpotenze dell’It. Anzi: “Grazie al boom del commercio elettronico in questi ultimi 15 mesi le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato ulteriormente i ricavi. Mentre la grandissima parte delle micro e piccole imprese ha subito una contrazione degli incassi molto preoccupante. Pertanto, se ai primi il peso delle tasse continua a rimanere modesto, ai secondi il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili, che nemmeno le misure anti Covid, approvate fino adesso, hanno contribuito ad alleviare”.

Filippo Burla

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