Roma, 24 ott –  Falck Renewables dice addio a Piazza Affari. I Falck hanno ceduto il 60% della suddetta società al fondo Infrastructure Investments Fund (Iif) legato a JP Morgan. La notizia ha fatto schizzare il titolo per la gioia degli imprenditori lombardi. Tutti felici, dunque? È giustificato tutto questo entusiasmo? No. Prima di capire perché, cerchiamo di conoscere meglio i protagonisti di questa storia.



I Falck: dalla siderurgia alle rinnovabili

Il gruppo Falck nasce nel 1906, ben presto diventerà uno dei protagonisti della siderurgia italiana. L’energia però è sempre stata nel dna della società lombarda. Quest’ultima è tra i primi gruppi in Italia a costruire impianti per la produzione di energia per via idroelettrica per garantire il funzionamento delle acciaierie. Nel 1962 gestisce 15 centrali idroelettriche e una centrale termoelettrica. Una “megaditta” con 16mila dipendenti che nel 1963 farà il suo ingresso in Borsa.

Negli ultimi anni del secolo scorso la dirigenza capisce che il mercato siderurgico era saturo. Così il baricentro delle attività si sposta verso la produzione di energia, anche da fonti rinnovabili. Il gruppo inizia un vasto programma nel settore termoelettrico sviluppando centrali di cogenerazione a ciclo combinato per usi industriali e teleriscaldamento. Nel 2010 tutte le attività di produzione di energia rinnovabile si consolidano all’interno di Actelios, che cambia nome in Falck  Renewables  S.p.A, diventando uno dei più importanti nomi del comparto.  Stiamo parlando di uno dei migliori titoli di Piazza Affari (+963% negli ultimi 5 anni in Borsa) in un settore chiave in tempi di transizione energetica. Infatti, oltre a fornire servizi di gestione dell’energia, possiede impianti di energia rinnovabile dalla capacità installata di 1,3 gigawatt tra Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia, Norvegia e Svezia.

Fare impresa è difficile. Molto più facile vendere la propria azienda ad un fondo d’investimento. E così ancora una volta spalanchiamo le porte allo zio d’America ossia alla Infrastructure Investments Fund (IIF), “veicolo di investimento di cui J.P. Morgan Investment Management è advisor”.

I dettagli dell’accordo

Vediamo ora in cosa consiste questo patto. Come è stato detto Iif acquisterà il 60% della società in questione. I Falck non vanno via a mani vuote. I “nuovi arrivati” pagheranno 8,81 euro per azione. Un successo, per chi vende. Il “premio” è del 45,2% rispetto al prezzo medio ponderato di Borsa degli ultimi 12 mesi. “Successivamente, alla chiusura dell’operazione – spiega la società – Iif promuoverà l’offerta pubblica di acquisto obbligatoria per cassa sul restante capitale sociale di Falck Renewables S.p.A., al medesimo prezzo per azione offerto a Falck S.p.A., con l’intenzione di conseguire il delisting della controllata”.

L’accordo è stato salutato con grande entusiasmo da entrambi i contraenti. Anche senza le strette di mani (c’è la pandemia ricordiamolo) tutti hanno notato la corrispondenza d’amorosi sensi.

“La società ha attratto l’interesse di un primario fondo internazionale, che sarà in grado di accelerare la crescita di Falck Renewables S.p.A.”. Ha detto Enrico Falck, il presidente. Non manca il commento dell’amministratore delegato Toni Volpe: “Questa operazione straordinaria, che avviene in un momento di grande cambiamento nel settore delle energie rinnovabili, fornirà ulteriore supporto, risorse e slancio ai nostri piani di crescita nel medio-lungo periodo”. Ed infine giunge anche il commento di chi rappresenta i nuovi padroni. Matthew LeBlanc, Chief Investment Officer di Iif, “non vede l’ora di sostenere il team di Falck Renewables S.p.A. nella realizzazione delle sue aspirazioni di crescita a beneficio dei clienti, delle comunità e degli altri stakeholder”. È proprio un bel quadretto. Peccato che la Borsa di Milano “perde un altro pezzo”.

Il delisting continua a impoverire Piazza Affari

Non è la prima volta che l’argomento viene affrontato. Lo scorso febbraio il presidente della Consob si scagliava contro i troppi delisting post-Opa che hanno indebolito la piazza finanziaria, già agli ultimi posti in Europa per capitalizzazione di mercato rispetto al Pil. La situazione nel corso del 2021 non è migliorata. Pensiamo a Cerved, a Reno De Medici, o anche alla stessa Creval. Per dare qualche numero già nei primi sei mesi di quest’anno Milano ha perso una dozzina di società, due in più di quante ne aveva cancellate dal listino in tutto il 2020. In poco meno di un decennio – dal primo gennaio 2012 – sono uscite dal listino principale circa 110 società.

Gli esperti dicono che è un fenomeno fisiologico. I fondi, grazie ai bassi tassi d’interesse, hanno a disposizione una grande liquidità. Così il loro portafoglio azionario cresce e ormai fanno concorrenza alla Borsa. A questo punto è lecito chiedersi se dobbiamo rimanere inerti davanti a questa situazione. Questa accelerazione nella finanziarizzazione dell’economia, favorita anche dai nostri (si fa per dire) gruppi industriali, difficilmente darà buoni frutti. Le lancette dell’orologio non si possono portare indietro. Servono dunque strumenti “nuovi” come ad esempio un Fondo sovrano italiano (oggi potrebbe essere la Cassa Depositi e Prestiti). L’Italia inoltre dovrebbe poter contare su propri fondi di private equity. Questa è la strada per non mettere le nostre imprese nelle mani di oscuri finanzieri stranieri.

Salvatore Recupero

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