Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 8 dic – Con il via libera al salvataggio pubblico della banca tedesca NordLB la Commissione Ue, casomai ve ne fosse ancora bisogno, certifica che in Europa esistono sempre più figli e figliastri. O, per citare Orwell, animali “più uguali degli altri”. Ai primi – la Germania, in questo come in molti altri casi – (quasi) tutto è concesso, gli altri devono ubbidire senza fiatare. L’ennesima conferma che l’architettura dell’Unione e, segnatamente, dell’eurozona, anziché appianare le divisioni interne non sta facendo altro che renderle ormai insostenibili.

La Germania salva la banca in crisi

3,6 miliardi. A tanto ammonta la somma che i lander di Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt impegneranno per salvare l’istituto NordLB, alle prese con una lunga crisi. Un cordone sanitario che vedrà protagonista anche l’equivalente tedesco del fondo di tutela di depositi, il Dsgv. Presenti nel consesso anche alcune casse di risparmio, sempre controllate dalle autorità locali.

La Commissione Ue, da sempre occhiuta quando si tratta di intervento pubblico nell’economia, ha approvato l’operazione in quanto non si configurerebbe come aiuto di Stato ma avverrebbe “alle stesse condizioni che un operatore privato avrebbe accettato”. Formula di prammatica che però non trova riscontro nella realtà. Anzitutto perché ad inizio anno NordLB rifiutò l’offerta di un gruppo di fondi privati, che per ovvi motivi avrebbero sensibilmente mutato l’indirizzo gestionale di un istituto oggi guidato dal pubblico. In secondo luogo perché nella stessa Germania sorgono numerosi dubbi sulla fattibilità dello schema proposto: c’è persino chi, come Christian Grascha dei liberali di Fdp, è arrivato a paventare il rischio che la banca diventi “un pozzo senza fondo”. Insomma, la sostenibilità dell’operazione è tutto tranne che garantitta.

Bene comunque fa Berlino ad occuparsi del proprio settore (strategico) del credito, questo nessuno lo mette in dubbio. Ciò che rileva, tuttavia, è la disparità di trattamento loro accordata dalla burocrazia comunitaria.

All’Italia toccò il bail-in

Facciamo un passo indietro. Siamo nel 2014 e il Fondo interbancario di tutela dei depositi intervenne nella vicenda Tercas, la banca teramana da tempo in difficoltà. Pur essendo un il Fitd un consorzio fra banche private, la Commissione Ue ricondusse la sua azione all’interno dello schema degli aiuti di Stato, bocciandolo.

Se Tercas superò lo scoglio predisponendo un meccanismo di intervento volontario, la decisione ebbe un devastante effetto a cascata quando venne il momento poco dopo di affrontare le vicende di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Sulla scorta di quanto imposto all’istituto abruzzese non fu nemmeno ipotizzata la possibilità di rivolgersi al Fondo, spalancando le porte al bail-in con la conseguente spremuta di sangue di migliaia fra azionisti e obbligazionisti.

Un sacrificio che alla fine si dimostrò inutile. A marzo di quest’anno, infatti, la Corte di Giustizia dell’Ue ha clamorosamente smentito la Commissione: il dispiegamento del Fondo interbancario non poteva definirsi come aiuto di Stato, in quanto il Fitd non è direttamente controllato dalle nostre autorità pubbliche. Nel frattempo abbiamo dovuto azzerare un esercito di risparmiatori. Quelli di NordLB, invece, possono dormire sonni tranquilli. Garantisce Bruxelles.

Filippo Burla

1 commento

Commenta