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New York, 22 apr – Fitch ha abbassato il giudizio sul debito sovrano italiano da BBB+ a BBB, con l’outlook, ovvero le prospettive di evoluzione del parametro, che viene ritenuto stabile. L’agenzia di rating, che fa capo a una holding media americana (la Hearst Corporation), ha spiegato che le ragioni del downgrade risiedono principalmente nella crescita ridotta, nell’instabilità politica e nella mancata riduzione del debito pubblico: “La costante assenza di disciplina finanziaria dell’Italia, il ritardo nel consolidamento, la debole crescita economica e il fallimento nella riduzione dell’elevato livello di debito pubblico hanno reso il Paese maggiormente esposto ad attacchi sfavorevoli”.

Le stime di crescita del pil italiano per il 2017, che si attestano sul +0,9%, sono infatti fra le più basse dell’Eurozona, che viaggia intorno a una media del +1,6%. Non facciamo meglio sul fronte del debito pubblico, che a fine 2016 è arrivato al 132,6% del pil, e del consolidamento del sistema bancario, su cui pesa eccessivamente il tema dei crediti deteriorati “con i piani di ricapitalizzazione pubblica in corso per tre istituti”, sottolinea la nota di Fitch. Ed è così che l’Italia si ritrova ai livelli di affidabilità della Colombia e del Sud Africa, a due passi dal grado speculativo (junk). Un sentiero di declassamento iniziato nel 2003 e che si è ulteriormente rafforzato a partire dal 2011, con le pressioni sui titoli di debito pubblico e la concomitante crisi istituzionale che ha favorito l’avvento dei cosiddetti governi tecnici.

Non solo economia e finanza, Fitch ha infatti spinto le proprie considerazioni fino al piano politico, sottolineando che i rischi di un esecutivo “debole o instabile sono aumentati, e con la rosa di ministri messa in piedi da Gentiloni è veramente difficile dargli torto. Meno condivisibile, allo stato attuale, è la seconda parte della proposizione, secondo cui potrebbe crescere “la possibilità di partiti populisti ed euroscettici che influenzano la politica” e che sarebbero in grado di “sminuire l’appetito politico per la riforma, aumentare la pressione per lo svuotamento fiscale e pesare sul sentimento degli investitori”. Le elezioni politiche, molto probabilmente, non arriveranno prima del 2018 e, al netto di colpi di scena, né il Movimento di Grillo né la Lega saranno in grado di replicare gli scenari osservati di recente in Austria e Olanda, in ogni caso del tutto disinnescati dai risultati delle urne. Difficile inoltre, anche per ragioni storiche, un eventuale paragone con il potenziale che il Fronte Nazionale francese è chiamato a capitalizzare nell’attuale tornata presidenziale.

In questo quadro, il downgrade italiano porta con sé veramente pochi elementi di novità. Se non fosse che, sempre nella giornata di ieri, l’agenzia di rating ha pubblicato un articolo, apparentemente slegato dal giudizio sulle nostre finanze, che evidenzierebbe il ruolo positivo dell’immigrazione sulle dinamiche di crescita delle economie di prima industrializzazione mettendo in guardia da provvedimenti in grado di limitare tale fenomeno: “Le pressioni politiche associate alle migrazioni internazionali sono evidenti in molte economie avanzate. Rischiano di portare a rivolgimenti politici che potrebbero avere conseguenze economiche sfavorevoli nel medio termine”.

L’immigrazione avrebbe infatti il merito di favorire la redistribuzione della forza-lavoro fra Paesi che mostrano trend demografici disallineati e incontrare le esigenze delle economie che subiscono un invecchiamento della popolazione, giudicato non desiderabile anche ai fini della gestione del sistema previdenziale. Una soluzione “win-win”, come viene indicata nell’articolo, che nel medio termine permette ai Paesi di provenienza di mitigare il rischio di instabilità sociale determinata da quella che viene definita una “crescente e inutile forza-lavoro.

L’intuizione ci mette di fronte alle conseguenze economiche più sensibili del fenomeno, la prima nei Paesi di provenienza dove è necessario mantenere lo status quo di economie arretrate (cui prodest?), sottraendo forza-lavoro che ove inutilizzata potrebbe generare instabilità politica.

La seconda nei Paesi di arrivo, dove la mancanza di nuova manodopera (per giunta a basso costo) e l’invecchiamento della popolazione rischierebbero di frenare la spinta al rialzo dei tassi disoccupazione soprattutto nelle fasce più giovani. La media europea al di sotto dei 25 anni nel 2016 è stata pari al 20%, con Italia, Grecia e Spagna che hanno mostrato valori compresi fra il 40 e il 45% in  (dati Eurostat). Il passaggio successivo porterebbe di conseguenza a un miglioramento delle condizioni di lavoro, salari inclusi.

Difficile dire se il downgrade di Fitch possa rivelarsi uno strumento di pressione contro l’eventuale ripensamento delle politiche di gestione dell’immigrazione (tema che almeno in Italia non è all’ordine del giorno), più facile tuttavia pensare che dal rinnovato rischio speculativo sul debito e dalla promozione del fenomeno immigratorio emerga nuovamente una posizione di forza dei maggiori gruppi finanziari internazionali.

Armando Haller

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2 Commenti

  1. Ma non raccontate frottole siamo sommersi dai migranti. E poi fitch non dice di assorbire altra gente. Dove la mettete a fare le rivolte per strada come a Milano? Servi del potere

  2. Fitch non dice così. Poi parla in generale.
    La prossima rivolta, dopo i clandestini, la faranno gli italiani se non la smettete di raccontare frottole

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