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grecia austeritàAtene, 7 mag – E siamo a sei. Ormai sono quasi sei anni che la crisi della Grecia si trascina, fra alti e bassi, austerità e minacce, balletti e cadute di governi, da quando fu deciso il salvataggio di Atene nel lontano maggio del 2010. Un salvataggio fatto di 110 miliardi di euro a disposizione, a patto però di applicare quelle misure di austerità replicate poi con il secondo salvataggio (e taglio del debito) dell’ottobre 2011 e, di nuovo, nel settembre dell’anno scorso quando il nuovo esecutivo Tsipras decise di fare a pezzi quel referendum che pure lui stesso aveva condotto.

Si arriva così all’ultimo – solo in ordine di tempo, visto che non sarà probabilmente quello definitivo – atto della tragedia che si trasforma in farsa. Perché, dopo i predetti sei anni di ristrettezze imposte da Ue, Bce e Fmi, a parte l’aumento vertiginoso dei disoccupati, la svendita di parti della nazione e lo smantellamento dell’industria, non sembra che in Grecia sia cambiato granché. Da qui i dubbi sulle nuove trattative ora in corso, che vedono il governo alle prese con nuove misure di tagli indiscriminati, aumenti delle tasse, revisioni delle pensioni. Scelte che, come già accaduto, non faranno che acuire le difficoltà della penisola ellenica. Tanto che pure i creditori, di solito in sintonia, non sembrano a questo giro del tutto d’accordo nemmeno fra di loro.

Sul tavolo di Tsipras, la troika ha messo una serie di aggiustamenti fiscali pari al 5% del Pil. L’obiettivo è sempre quello di raggiungere almeno il 3.5% di avanzo nei conti pubblici essenziale per garantire il pagamento del debito. Il problema è che i conti pubblici, nonostante tutto, riescono bene o male ad assicurare una coincidenza fra entrate e uscite correnti (l’avanzo primario del 2015 è risultato dello 0.7%), ma con un’ulteriore stretta questo equilibrio precario rischia di saltare. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, sembra esserne cosciente, mentre i “falchi” Schaeuble e Djsselbloem proseguono sulla strada dell’austerità a tutti i costi. Sulla stessa linea di Tusk anche il Fondo monetario, che è arrivato in fase di trattativa a chiedere di rinviare alcuni pagamenti sui prestiti concessi alla Grecia e di ridurre le pretese su quel 3.5% almeno al 3%.

Il prossimo lunedì si terrà una riunione dell’eurogruppo, ma pare difficile che si possa trovare una soluzione. Nel frattempo, la scadenza di luglio per il pagamento di alcune cedole sui titoli di Stato si avvicina. Qualora Atene non dovesse rimborsarle – e servirà lo sblocco dei finanziamenti promessi, ma legati all’accordo Grecia-creditori – allora sarà, tecnicamente, ancora in default.

Filippo Burla

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