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greciaRoma, 6 gen – A poche settimane dalla deadline delle consultazioni elleniche previste per il 25 gennaio torna a far tremare gli operatori economici la possibilità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Nonostante le rassicurazioni ufficiali del presidente Juncker e quelle dell’esecutivo tedesco pesano infatti le indiscrezioni pubblicate dal settimanale “Der Spiegel”, secondo le quali Berlino riterrebbe accettabile un’uscita di Atene dall’Eurozona. Dello stesso parere anche l’inquilino dell’Eliseo Francois Hollande che in una recente intervista all’emittente transalpina Inter Radio ha dichiarato che “nel rispetto degli accordi presi dal loro Paese, i governi greci sono liberi di decidere se rimanere o meno dentro l’Eurozona.”.

Forti dell’unione bancaria e della Troika (UE + FMI + BCE) i governi membri non temono più la Grecia come in passato, secondo i primi conteggi ufficiosi promossi dall’istituto bavarese IFO un ritorno alla Dracma peserebbe infatti sulle tasche dei contribuenti comunitari per circa 77 miliardi di Euro.

Le reazioni delle piazze di scambio non hanno tardato ad arrivare e mentre Milano, trascinata dal titolo Eni che risente del crollo del greggio, chiude in negativo con un -5,00% non va di certo meglio a Madrid, Parigi e Francoforte che registrano rispettivamente -3,41%, -3,00% e -2,47%. Sul fronte interno greco gli ultimi sondaggi promossi dalla società Rass e pubblicati sul periodico Elefteros Tipos danno Alexis Tsipras, leader del movimento di estrema sinistra Syriza, in testa con il 30,4% contro il 27,3% dell’attuale premier Antonis Samaras leader di Nea Dimokratia.

Ed è proprio Tsipras che preme sull’acceleratore dichiarando che: “Le elezioni del 25 gennaio sono le più decisive nella storia moderna della Grecia e che gli elettori devono scegliere tra due strategie diametralmente opposte.“.

Al di là di ogni considerazione politica appare evidente che i quattro anni di troika europea sono stati un periodo di “lacrime e sangue” per il popolo greco che non ha portato ad altro risultato se non quello di un’ulteriore impoverimento della popolazione. Per stessa ammissione dell’FMI sono stati commessi errori madornali come l’aumento della pressione fiscale ed il mancato taglio delle spese improduttive.

Una svalutazione del debito, come fu per la Germania nel 1953 e per l’Argentina negli anni 2000, in modo da renderlo realmente sostenibile e delle misure per favorire l’occupazione in modo generalizzato e massivo (in una nazione che detiene il record della disoccupazione giovanile al 57%) appaiono sul breve-medio termine le uniche soluzioni per rendere giustizia a quella che fu una delle culle della civiltà occidentale.

Luca Repentaglia

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