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declino italiano
La crisi economica italiana nasce con i governi tecnici dei primi anni ’90 subito dopo Tangentopoli per proseguire con i governi di sinistra guidati da Prodi e D’Alema. Da allora nulla sarà più come prima e il lento declino continua ad accompagnarci ancora oggi.

Roma, 18 mar – E’ opinione diffusa tra gli accoliti della sinistra italiana che i mali economici del Belpaese siano stati in larga misura acuiti e creati dai governi presieduti da Silvio Berlusconi. Mentre un’altra grossa fetta della popolazione è convinta che si debba viceversa far risalire le cause del declino alla pazza spesa pubblica della stagione dei governi del Pentapartito, quindi grosso modo in quel periodo storico che va dal 1980 alla nascita della cosiddetta e fantomatica Seconda Repubblica (1993). Quest’ultima tesi è quella che va per la maggiore negli ambienti dei liberali moderati che indistintamente possono essere collocati all’interno del centro-destra o del centro-sinistra.

In questa piccola analisi ci occuperemo invece di quel periodo che va dalla fine degli anni ’80 fino alla fine dei ’90. Scopriremo come e perché le cause di tutti i nostri mali economici siano da attribuire alle politiche intraprese durante quegli anni. Anni che hanno visto il crollo del nostro Pil e del valore della lira contro il marco tedesco e dollaro Usa e il drammatico avvento delle privatizzazioni. L’Italia perderà terreno nei confronti della Francia (-21%), della Germania (-29,3%), della Gran Bretagna (-11,1%), del Giappone (-27,7%) e degli Stati Uniti (-25,8%). Per ricchezza prodotta il nostro paese raggiungerà il suo punto più elevato nel 1986 entrando a pieno titolo al quinto posto delle nazioni del G6 e scavalcando anche la Gran Bretagna per 47 miliardi delle vecchie Lire. L’Italia raggiunse un altro storico traguardo nel 1991 allorquando in piena Tangentopoli divenne la quinta potenza industriale del pianeta e sfiorando il quarto posto nella classifica delle nazioni più ricche.

Fu l’ultimo capitolo di una stagione che vedeva la politica ancora con le redini per poter intervenire nei processi economici del paese. L’epitaffio più prestigioso prima che il pool di Mani Pulite facesse piazza pulita della classe dirigente e imprenditoriale con il chiaro intento di aprire la strada a potentati economici e finanziari di marca anglo sassone. Si chiudeva la stagione dell’intervento pubblico e di tutti quei meccanismi partecipativi che permisero alla nostra economia di vivere i fasti del boom economico degli anni ’70 e del consolidamento degli ’80. Gran merito di questo successo va attribuito alle strutture, alle leggi e a quegli istituti (Iri su tutti) creati durante il fascismo che in un modo e nell’altro sopravvissero ancora nei decenni successivi al Ventennio.

Nel 1987 l’Italia entra nello Sme (Sistema monetario europeo) e il Pil passa dai 617 miliardi di dollari dell’anno precedente ai 1201 miliardi del 1991 (+94,6% contro il 64% della Francia, il 78,6% della Germania, l’87% della Gran Bretagna e il 34,5% degli Usa). Il saldo della bilancia commerciale è in attivo di 7 miliardi mentre la lira si rivaluta del +15,2% contro il dollaro e si svaluta del -8,6% contro il marco tedesco.

Tutto questo, come detto, ha un suo apice e un suo termine coincidente con la nascita della Seconda Repubblica. La fredda legge dei numeri ci dice difatti che dal 31 dicembre del 1991 al 31 dicembre del 1995, solo quattro anni, la lira si svaluterà del -29,8% contro il marco tedesco e del -32,2% contro il dollaro Usa. La difesa ad oltranza e insostenibile del cambio con la moneta teutonica e l’attacco finanziario speculativo condotto da George Soros costarono all’Italia la folle cifra di 91.000 miliardi di lire. In questi quattro anni il Pil crescerà soltanto del 5,4% e sarà il fanalino di coda della crescita all’interno del G6. In questi anni di governi tecnici la crescita italiana perderà terreno nei confronti della Francia (-21%,), della Germania (-29,3%), della Gran Bretagna (-11,1%), del Giappone (-27,7%) e degli Usa (-25,8%).

Sono questi gli anni più tragici per l’economia italiana. Da allora la crescita, quando c’è stata, si è contabilizzata sulla base di cifre percentuali da prefisso telefonico. L’Italia perse in pochi mesi la classe politica del trentennio precedente che venne rimpiazzata nei posti strategici soprattutto da gente proveniente da noti istituzioni bancarie che seguirono – facendo addirittura meglio – alla lettera l’esempio thatcheriano. Non è un caso che proprio la Gran Bretagna della Lady di ferro perse nel periodo che va dal 1981 al 1986 il 29% di crescita nei confronti dell’Italia, il 4.9% nei confronti della Francia e il 5% nei confronti della Germania. La fredda legge dei numeri che una volta per tutte smentisce chi ancora oggi glorifica la svolta liberista intrapresa dalla Thatcher.

Svolta liberista che a partire dai governi tecnici e di sinistra colpì pesantemente l’Italia. Tutte le riforme strutturali avviate in quegli anni portarono il nostro paese a perdere posizioni che mai più avrebbe riguadagnato.

A seguire tutte le privatizzazioni con relativo valore al momento della cessione in miliardi di lire dell’epoca:

  • 1993 Italgel, Cirio-Bertolli-De Rica, Siv 2.753
  • 1994 Comit, Imi, Ina, Sme, Nuovo Pignone, Acciai Speciali Terni 12.704
  • 1995 Eni, Italtel, Ilva Laminati piani, Enichem, Augusta 13.462
  • 1996 Dalmine Italimpianti, Nuova Tirrenia, Mac, Monte Fibre 18.000
  • 1997 Telecom Italia, Banca di Roma, Seat, Aeroporti di Roma 40.000
  • 1998 Bnl + altre tranche 25.000
  • 1999 Enel, Autostrade, Medio Credito Centrale 47.100
  • 2000 Dismissione Iri 19.000

Con la scusa di reperire capitali in vista della futura introduzione della moneta unica il governo presieduto da Romano Prodi (17 maggio 1996 – 20 ottobre 1998) iniziò a spingere sull’acceleratore delle privatizzazioni e sulle cartolarizzazioni, ovvero la sistematica svendita del patrimonio di tutti gli italiani.

Il governo Prodi non riuscì a completare la sua missione perchè ad ottobre del 1998 cadde, ma con una mossa a sorpresa, evitando di fatto il ricorso alle urne, si diede l’incarico di creare una nuova maggioranza all’ex comunista Massimo D’Alema, che che proseguì la barbarie fin quando gli fu permesso (aprile del 2000) e conseguentemente proseguito dal governo “tecnico” Amato, quest’ultimo finito con la chiamata alle urne nel maggio del 2001.

Questa fu la stagione legata alla più colossale svendita del patrimonio pubblico italiano. Furono incassati 178.019 miliardi di lire pari a 91 miliardi di euro. “Meglio” della liberale Inghilterra della Thatcher. Milioni di posti di lavoro cancellati negli anni a venire che fecero perdere quella crescita che viceversa aveva contraddistinto i decenni precedenti.

Le privatizzazioni non sono mai cessate. Dopo il 2000 proseguirono e continuano ancor oggi a piè sospinto. Cambia solo la ragione per la quale i governi ci dicono che dobbiamo procedere obbligatoriamente per questa strada: l’abbattimento del debito pubblico. Vale a dire come far passare il fatidico cammello attraverso la cruna dell’ago.

Ma le privatizzazioni non solo non sono servite a nessuna delle cause fin qui addotte, ma come detto prima, cancellano posti di lavoro abbassando l’occupazione reale nell’arco di qualche anno. Nessuna delle ex aziende pubbliche ristrutturate dai privati ha difatti provveduto ad assumere più dipendenti della vecchia gestione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in favore del precariato e di tutti quei contratti a termine che hanno tolto certezze e diritti.

Un altro elemento che oggi favorisce questa continua barbarie ai danni del lavoro ci è data dall’immigrazione favorita e voluta dalla Ue, accompagnata dal solito finto e perfido buonismo, che ha la funzione di servire sempre alla stessa finalità: alzare la disoccupazione marginale per far accettare ai lavoratori salari e diritti calanti.

L’Italia ha avuto nel suo passato degli ottimi spunti che ci hanno posto ai vertici delle nazioni più competitive e questo malgrado le cassandre che enfatizzavano gli aspetti legati all’elevata corruzione, alla criminalità organizzata e all’ignavia tipica dei mediterranei. Un paese che era vivo e presente, con il giusto slancio per affrontare qualsiasi sfida posta a livello internazionale. E questo era stato ampiamente compreso dai nostri diretti competitor, Germania, Gran Bretagna e Francia in testa che hanno fatto di tutto per smantellarci pezzo dopo pezzo.

Nel 1997 il Pil italiano ha ancora una brutta caduta e passa dai 1266 miliardi dell’anno precedente ai 1199 miliardi. Recupera qualcosa nel ’98 (1225 miliardi) per poi scendere ancora a 1208 miliardi di dollari nel 1999. L’intero periodo segna una decrescita complessiva del -4,6%.

L’11 dicembre del 2001 dopo 15 anni di negoziati, la Cina entrava a far parte del Wto (World Trade Organization), l’organizzazione mondiale del commercio. Da allora tutto è cambiato. Le economie anglosassoni, grazie alla deregolamentazione dei mercati voluta da Bill Clinton e Tony Blair, si sono votate esclusivamente sul finanziario. Si è creata di fatto una asimmetria tra rendita finanziaria e profitto capitalistico che ha favorito la Cina che con i presupposti della concorrenza sleale ha sparigliato tutti soprattutto nel campo manifatturiero, da sempre fiore all’occhiello dell’Italia. Chi non ha retto questi primi tragici anni del terzo millennio o ha chiuso i battenti o ha delocalizzato la produzione proprio nel paese del Dragone.

Dal 2001 in poi i protagonisti dell’economia mondiale saranno altri. L’Italia esce mestamente dal G6 accompagnata verso un ruolo di marginalità politico-economica sempre maggiore.

Giuseppe Maneggio

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7 Commenti

  1. […] Con la scusa di reperire capitali in vista della futura introduzione della moneta unica il governo presieduto da Romano Prodi (17 maggio 1996 – 20 ottobre 1998) iniziò a spingere sull’acceleratore delle privatizzazioni e sulle cartolarizzazioni, ovvero la sistematica svendita del patrimonio di tutti gli italiani.Il governo Prodi non riuscì a completare la sua missione perchè ad ottobre del 1998 cadde, ma con una mossa a sorpresa, evitando di fatto il ricorso alle urne, si diede l’incarico di creare una nuova maggioranza all’ex comunista Massimo D’Alema, che che proseguì la barbarie fin quando gli fu permesso (aprile del 2000) e conseguentemente proseguito dal governo “tecnico” Amato, quest’ultimo finito con la chiamata alle urne nel maggio del 2001.Questa fu la stagione legata alla più colossale svendita del patrimonio pubblico italiano. Furono incassati 178.019 miliardi di lire pari a 91 miliardi di euro. “Meglio” della liberale Inghilterra della Thatcher. Milioni di posti di lavoro cancellati negli anni a venire che fecero perdere quella crescita che viceversa aveva contraddistinto i decenni precedenti.Le privatizzazioni non sono mai cessate. Dopo il 2000 proseguirono e continuano ancor oggi a piè sospinto. Cambia solo la ragione per la quale i governi ci dicono che dobbiamo procedere obbligatoriamente per questa strada: l’abbattimento del debito pubblico. Vale a dire come far passare il fatidico cammello attraverso la cruna dell’ago.Ma le privatizzazioni non solo non sono servite a nessuna delle cause fin qui addotte, ma come detto prima, cancellano posti di lavoro abbassando l’occupazione reale nell’arco di qualche anno. Nessuna delle ex aziende pubbliche ristrutturate dai privati ha difatti provveduto ad assumere più dipendenti della vecchia gestione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in favore del precariato e di tutti quei contratti a termine che hanno tolto certezze e diritti.Un altro elemento che oggi favorisce questa continua barbarie ai danni del lavoro ci è data dall’immigrazione favorita e voluta dalla Ue, accompagnata dal solito finto e perfido buonismo, che ha la funzione di servire sempre alla stessa finalità: alzare la disoccupazione marginale per far accettare ai lavoratori salari e diritti calanti.L’Italia ha avuto nel suo passato degli ottimi spunti che ci hanno posto ai vertici delle nazioni più competitive e questo malgrado le cassandre che enfatizzavano gli aspetti legati all’elevata corruzione, alla criminalità organizzata e all’ignavia tipica dei mediterranei. Un paese che era vivo e presente, con il giusto slancio per affrontare qualsiasi sfida posta a livello internazionale. E questo era stato ampiamente compreso dai nostri diretti competitor, Germania, Gran Bretagna e Francia in testa che hanno fatto di tutto per smantellarci pezzo dopo pezzo.Nel 1997 il Pil italiano ha ancora una brutta caduta e passa dai 1266 miliardi dell’anno precedente ai 1199 miliardi. Recupera qualcosa nel ’98 (1225 miliardi) per poi scendere ancora a 1208 miliardi di dollari nel 1999. L’intero periodo segna una decrescita complessiva del -4,6%.L’11 dicembre del 2001 dopo 15 anni di negoziati, la Cina entrava a far parte del Wto (World Trade Organization), l’organizzazione mondiale del commercio. Da allora tutto è cambiato. Le economie anglosassoni, grazie alla deregolamentazione dei mercati voluta da Bill Clinton e Tony Blair, si sono votate esclusivamente sul finanziario. Si è creata di fatto una asimmetria tra rendita finanziaria e profitto capitalistico che ha favorito la Cina che con i presupposti della concorrenza sleale ha sparigliato tutti soprattutto nel campo manifatturiero, da sempre fiore all’occhiello dell’Italia. Chi non ha retto questi primi tragici anni del terzo millennio o ha chiuso i battenti o ha delocalizzato la produzione proprio nel paese del Dragone.Dal 2001 in poi i protagonisti dell’economia mondiale saranno altri. L’Italia esce mestamente dal G6 accompagnata verso un ruolo di marginalità politico-economica sempre maggiore.Fonte:https://www.ilprimatonazionale.it/economia/il-declino-italiano-tutto-e-cominciato-negli-anni-90-19171… […]

  2. […] Chiudiamo la notizia relativa a questa importante ricerca con una considerazione: se per la crescita occorre un export complesso, diversificato, sofisticato e tecnologico, l’Italia ne è stato l’esempio più brillante al mondo. Almeno finché avevamo la nostra moneta – prima dello sciagurato avvento dell’Euro – e le imprese di alta tecnologia costituivano il fiore all’occhiello dell’industria nazionale, cioè prima che venissero distrutte da Carlo De Benedetti (Olivetti) o privatizzate a saldo d’occasione nel disgraziato ultimo decennio del secolo scorso. […]

  3. E pensare che all’ inizio pareva un articolo interessante e poi s’ è rivelato la solita fuffa che gira sul web! XD Bah!

  4. Da notare anche che a livello demografico il saldo naturale annuale ossia la differenza fra totale nascite anno X e totale morti anno X incomincia il suo lungo trend negativo nel 1993 e che inoltre il Trattato di Maastricht ( Trattato dell’Unione europea (TUE) ) fu firmato nel febbraio del 1992, ma che strane coincidenze…..!!!

    Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Demografia_d'Italia

    Complimenti per l’ottimo articolo!!

    Cordiali saluti.

    Fabrice

  5. Tipico articolo “all’italiana” frutto dell’informazione di massa stantìa e ripetitiva, dove personalità prive di identità plagiano a propria immagine concetti meccanici e distorti, ma, per fortuna, ben diversi da quella è stata la realtà quotidiana della nostra nazione e del mondo occidentale in generale in quel decennio. Gli anni ’90 sono stati di fatto L’ULTIMO periodo di prosperità e benessere, oltre che di profonda civiltà, che questa nazione (con “mamma” America alle spalle nella sua piena fase di stabilità consolidata dalle ottime scelte intraprese dal governo Clinton) ha vissuto, conducendoci verso quello che è stato un sano progresso che mai deviò dal suo equilibrio di base. Gli anni ’90 sono stati molto più di un processo “Mani Pulite” che, in ogni caso, anche volendo trovare ad ogni costo un risvolto negativo, ha tentato con ogni mezzo e sicuramente meno corruzione di quanta dilaghi al giorno d’oggi di generare PULIZIA nella politica italiana CORROTTA DEI SPRAVVALUTATI ’80, e decenni precedenti. Del resto questo articolo, frutto a mio avviso di poco spessore analitico e basato solo su, appunto, meccanici luoghi comuni, sostiene che queste cosiddette basi abbiano origine remota nel 1986 che, se non erro, sono comunque la seconda metà degli ANNI ’80, e pertanto non si era ancora giunti ai ’90. Gli anni ’90 hanno cercato di porre rimedio in modo diversificato proprio a tutto il “caos” generato dagli anni ’80: basti pensare ad AIDS, Caduta del Muro di Berlino (a mio avviso, e non solo il mio, più un danno che una risorsa), Iran/Contra con conseguente finanziamento al terrorismo oggi conosciuto e compagnia bella.
    Ancora, in questo articolo si tende ad attribuire alla decade sbagliata l’avvento di un certo Prodi, la cui effettiva e destabilizzante “manovra” nel 2002 (dunque anni 2000) ci ha fatto ritrovare in meno di un paio d’anni con l’acqua alla gola e stipendi (volutamente) dimezzati. E sottolineo che tutta questa destabilizzazione economico/finanziaria, ripercossasi anche sul mondo del lavoro, avveniva NEGLI ANNI 2000, e sottolineo NEI 2000, NON NEI ’90, grazie a questa discutibile, corrotta e inflazionata ai massimi vertici moneta unica.

    Probabilmente non è mai balzato nella mente di nessuno che La cosiddetta “privatizzazione” del 1992 cercò soltanto di arginare gli eccessi degli anni ’80, che si stavano ripercuotendo anche nella decade successiva, proprio i ’90, e ci avrebbero condotto alla fame, come in ogni caso è successo, anche se la lira non era più presente ad assistere.

    Alla fine degli anni ’90, più precisamente dal 1996/7 al 2000, ci fu quasi una seconda rinascita dell’economia, e non solo. Dopo la prima avvenuta negli anni ’60, NON NEGLI ’80. Gli ’80 consolidarono solo quella dei ’60, inflazionandoci al punto odierno.

    E pensa che se tu, autore di questo articolo, sostieni con tanta boria che L’Unione Europea è avvenuta col trattato di Maastricht del 1993, che per la cronaca funse come tassello di consolidamento della CEE (nata negli anni ’50) per agevolare gli scambi commerciali e nient’altro, allora ignori quello di Lisbona del 2007 (il concreto cancro attuale, l’esasperazione che ci ha condotto dove siamo oggi, dopo l’istituzione dell’euro nel 2002) ed ignori soprattutto che la comunità europea nacque negli anni ’50 con i Trattati di Roma. Quindi, per questa ragione e per coerenza dovremmo convertire il titolo dell’articolo in: Il declino italiano? Tutto è cominciato negli anni ’50. Ma questo non si può fare perché sugli anni ’50 aleggia quella forma di quasi intoccabilità. Signori, è tutto molto relativo. Ogni decade ha avuto pro e contro, ma lo squallore incontrovertibile, attuale e probabilmente senza speranza lo abbiamo raggiunto solo e soltanto negli anni 2000, e più precisamente dal 2002.

    Smettetela di rivolgere le vostre frustrazioni sugli anni ’90, che di tutte le decadi forse sono stati il male minore e i più equilibrati. Negli anni ’50 e ’60 in Italia si faceva la fame, si viveva come pastori e c’era molta arretratezza, e solo sul finire degli anni ’60 si vide una vera e propria rinascita, dell’industria. Ma questo la gente lo dimentica, pensando che negli anni ’50, che non c’era NIENTE, si viveva meglio. C’era solo più spontaneità, per il resto erano sofferenza e frustrazione. Negli anni ’70 ci fu la crisi del Petrolio (che forse l’autore del suddetto articolo ha dimenticato, chissà se di proposito), gli anni ’80 ci hanno regalato la mafia ai suoi massimi storici, corruzione, inflazione attuale e AIDS (altresì, non abbiamo più potuto fare neppure l’amore senza preoccuparci). Gli anni ’90 invece hanno portato stabilità, protratto un buon gusto generale, emancipazione e ci hanno saputo regalare anche pochi pensieri. E probabilmente talmente pochi, da indurre qualcuno a scrivere certe eresie.

    Negli anni ’90 io ricordo una gioventù che viveva ancora di una minima etica, vivendo e confrontandosi là fuori nel mondo reale con tutti i suoi problemi, tuttavia affrontandoli senza inutili fronzoli; i ragazzi e le ragazze si baciavano ancora sui motorini e vivevano tormentate storie d’amore ed esaltazione; gli stipendi di mamma e papà erano stabili e forti, bloccati dalla tanto discussa privatizzazione del denaro, ma pur sempre rifocillabili, stabili e forti; quel rudimentale internet e annessi videogiochi erano semplici, come sarebbero dovuti restare, semplici e sani, come semplice forma di svago e lavoro (in tal caso internet); il cinema Hollywoodiano raggiunse il suo apice proprio in quegli anni regalandoci numerose perle concettualmente e stilisticamente valide, e la musica, beh! la musica degli anni ’90 era un piacere per le orecchie, molto più dei suoni “ferrosi” e monotoni udibili negli ’80. Negli anni ’90 c’era ancora futuro, c’era ancora speranza. Oggi, proprio nei 2000 dove si è divenuti incapaci anche nelle cose più naturali, più niente.

    Quindi vi chiedo, basta con certe insinuazioni su questa decade, perché se abbiamo visto un pò di effettivo e concreto benessere sociale, culturale e materiale è stato proprio negli anni ’90, e a questi includo anche l’anno 2000. Dopodiché il buio.

    Quindi correggo il titolo proposto dall’editore, nella sua forma senz’altro più corretta:

    IL DECLINO ITALIANO? TUTTO E’ COMINCIATO NEGLI ANNI 2000″ e STOP! L’autore di questo discutibile (per non usare un linguaggio più rude) articolo si fermasse qui, evitando ulteriori figure. Detto da uno che parla per vissuto negli anni ’90 e non per citazioni simil wikipedia e affini.

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