morrNew York, 18 sett. -Esiste un problema povertà e fame negli Stati Uniti, la “terra delle possibilità e della libertà”? La risposta è sì, esiste eccome la povertà nella superpotenza liberista. A denunciarlo, con dati allarmanti, non è però una testata anti-americana, ma il noto magazine National Geographic nel numero di agosto 2014. I dati snocciolati dalla famosa rivista sono decisamente preoccupanti. Sono ben 48 milioni gli americani che secondo le agenzie governative si trovano in uno stato di “insicurezza alimentare”, neologismo sofisticato utilizzato per evitare di allarmare l’opinione pubblica, ma che possiamo declinare nelle espressioni più semplici (e chiare) di “povertà” e “fame”. La metà di questi 48 milioni di disperati vive nelle periferie delle grandi metropoli e nel Bronx più di un americano su tre (il 37%) muore, quasi letteralmente, di fame.

Nulla di nuovo, sembrerebbe. D’altronde che gli Stati Uniti non siano esattamente un paradiso è noto pressoché a tutti: forti disparità sociali, “l’endemico” problema delle cure mediche non accessibili a tutti, tensioni razziali, immigrazione incontrollata, violenza e livelli di criminalità altissimi, inefficienza del sistema scolastico pubblico, sovraindebitamento delle famiglie e così via. La cosa che in molti ignorano però è che la metà di questi poveri sono bianchi e con almeno un membro della famiglia che ha un impiego stabile. Non si tratta, quindi, “solo” di immigrati provenienti dal Sud America o dall’Africa o di afro-americani ghettizzati e “discriminati”, ma, come suggestivamente sottolinea la stessa National Geographic Society, si tratta di diretti discendenti della MayFlower, americani protestantissimi e senza precedenti penali.

Quello che il National Geographic non può dire è che quei 24 milioni di poveri “bianchi” sono la prova tangibile del fallimento del sistema economico liberale statunitense, che ha portato alla distruzione della classe media. E se di vero e proprio fallimento si può parlare, ciò lo si deve al fatto che “l’insicurezza alimentare” di queste famiglie non è legato alla disoccupazione: nella stragrande maggioranza dei casi vi è almeno un membro della famiglia che lavora regolarmente, ma quello stipendio non basta per sfamare una famiglia e mantenere una casa. Si noterà che se 24 milioni di poveri vivono nelle grandi città, significa che altrettanti 24 milioni vivono fuori città. Stati periferici e prettamente agricoli come l’Iowa sono infatti anch’essi colpiti dalla piaga della povertà.

Generalmente la povertà è associata ai fenomeni di urbanizzazione e crescita esponenziale delle metropoli. In campagna la povertà può essere ampiamente diffusa ma difficilmente si traduce in “insicurezza alimentare”, qualcosa da mangiare lo si trova sempre. Negli Stati Uniti no. Negli USA coltivatori diretti e aziende agricole di medie dimensioni sono sempre più rari: la terra è delle multinazionali. Se da un lato il fenomeno tipicamente italiano della parcellizzazione delle terre può risultare economicamente non all’altezza delle sfide della globalizzazione dei mercati, dall’altro lato ciò consente di ammortizzare gli effetti deleteri e patologici di un diffuso latifondismo mascherato da imprenditoria all’avanguardia.

In sostanza, seguendo il “sogno” americano finiremo per lavorare senza riuscire comunque a procurarci il minimo indispensabile per sfamarci. Non siamo, peraltro, molto lontani dagli standar americani. Ormai uno stipendio, anche da noi nel Vecchio Continente, non basta più ed infatti i “poveri” italiani sarebbero già arrivati a 4 milioni e all’orizzonte non ci sono segnali di una ripresa economica che possa portare ad aumenti occupazionali. Se non si cambia rotta rischiamo quindi di finire come gli Stati Uniti: flagellati dalla povertà e con una società a pezzi. Non è, però, proprio al sistema americano che la classe politica italiana si ispira? Siete avvisati.

Federico Depetris

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