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Porti e ferrovie: il nodo delle “infrastrutture non dialoganti”

Roma, 2 gen – Il sistema industriale italiano, e la cultura che esso esprime, hanno sempre posto in posizione primaria la produzione, da intendersi come creazione dei beni e dei servizi che, poi, verranno posti sul mercato. Tuttavia, in un contesto che, da tempo, si caratterizza per la globalità delle operazioni, spicca per contrasto lo scarso peso attribuito alla logistica, ossia a quel complesso insieme di atti e procedure che consente, appunto, attraverso l’utilizzo di mezzi e di infrastrutture, la distribuzione sui mercati e verso gli utenti dei beni e dei servizi prodotti. Tale asimmetria ha condotto, negli anni, a portare l’Italia ad accumulare gravissime carenze proprio in ambito logistico, con ricadute generali sulla tenuta dell’economia e del commercio nazionali.

Un esempio di ciò è fornito da un recente studio di Confcommercio: secondo l’importante associazione di categoria, il costo in termini di Pil, per l’Italia, causato da ritardi logistici è individuabile in qualcosa come 42 miliardi di euro. Inoltre, giungono a verificarsi situazioni paradossali: si pensi che, dei 2 milioni di tonnellate di merci che, dall’Italia, vengono esportate per via aerea, solo il 35% parte da un aeroporto italiano, mentre il restante 65% viene condotto ad aeroporti stranieri tramite automezziL’insieme di tali storture può avere effetti estremamente pericolosi, soprattutto, come già notato, in un contesto globalizzato; in particolare, essi possono ricadere sulla stessa consistenza della produzione all’interno del territorio nazionale.


A questo riguardo, le prospettive di una pronta azione del governo non appaiono certo soddisfacenti, a partire dalla situazione di stallo in cui già da tempo versa il Piano strategico nazionale della portualità e della logistica (redatto in attuazione dell’art. 29 del decreto Sblocca Italia, ossia il decreto legge n. 133/2014, poi convertito, con modificazioni, nella legge 11 novembre 2014, n. 164), dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale nella parte in cui non prevede “il coinvolgimento delle Regioni nelle procedure di adozione del piano per la portualità”. In tal senso, il ministro competente, Graziano Del Rio, ha assicurato l’impegno dell’esecutivo per districare i nodi in oggetto, ma sino ad ora la situazione appare tutt’altro che in via di definizione.

Peraltro, tra gli elementi che contrassegnano le soluzioni indicate dal Piano medesimo, ve ne è uno di particolare importanza, legato alla necessità di creare sistemi infrastrutturali che consentano di superare il problema delle cosiddette “infrastrutture non dialoganti”; problema che si pone come fonte di una complessa serie di ostacoli e di intralci ad un corretto sviluppo dell’assetto logistico generale, con ricadute non solo di carattere commerciale, ma anche urbanistico ed, in ultima istanza, sociale.

Franco Pierelli

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