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portafogli-vuoto-povertà1[1]Roma, 14 lug – “Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a un milione e cinquecentottantaduemila individui e a quattro milioni e cinquecentonovantottomila famiglie. Si tratta del numero più alto dal 2005 a oggi. Inoltre, il dato della povertà relativa riguarda in termini di famiglie (più di due milioni di famiglie, pari al 10,4%) e in termini di persone (più di otto milioni, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014) ”.  Questo è quanto rileva l’Istat nel suo Report “Povertà in Italia 2015”. Le cifre sono allarmanti. Ma, per avere un quadro chiaro della situazione è bene analizzarle dettagliatamente. Partiamo dalla definizione di alcuni termini usati dall’Istituto Nazionale di Statistica. Per l’Istat la soglia di povertà assoluta: “rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”. Per soglia di povertà relativa, invece, si fa riferimento alla spesa media per persona nel Paese (ovvero alla spesa pro capite e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti). Nel 2015, la spesa media per una famiglia di due componenti è pari a 1.050,95 euro mensili. Passiamo ora dalle definizioni ai numeri.

Cominciamo con le famiglie. L’Istat rileva il peggioramento delle condizioni dei nuclei con quattro componenti (l’incidenza della povertà assoluta sale al 9,5% nel 2015 dal 6,7% dell’anno precedente), in particolare delle coppie con due figli (dal 5,9 all’8,6%) e delle famiglie con persona di riferimento tra i quarantacinque e i cinquantaquattro anni di età (dal 6,0 al 7,5%). Il livello di povertà assoluta cresce in maniera esponenziale con il numero dei componenti. Se prendiamo come campione le famiglie con cinque o più componenti il numero dei nuclei in totale indigenza è pari al 17%. Tutta colpa della crisi? Non proprio. Il nostro sistema di welfare si è dimostrato costoso e inadeguato. Si parla tanto di denatalità ma poi nei fatti si fa poco o niente negli interventi strutturali. I bonus bebè e gli ottanta euro si sono rivelati solo dei placebo. Facciamo qualche esempio pratico. Per una madre lavoratrice trovare un posto in un asilo nido pubblico è un’utopia.  Per lei sono due le alternative: o si trova un costoso asilo privato o si licenzia. In entrambi i casi il reddito del nucleo familiare sarà decurtato.

La povertà purtroppo non risparmia i giovani. Ad allarmare sono i dati che riguardano l’indigenza giovanile: un milione e tredicimila persone poveri hanno un’età compresa tra i diciotto e i trentaquattro anni (9,9%), mentre i minorenni in stato di forte disagio economico sono un milione e centotrentunomila (10,9%). Un minore su dieci, quindi, nel 2015 si trova in povertà assoluta (3,9% nel 2005).

Le reazioni del mondo politico e delle forze sociali non si sono fatte attendere. Da segnalare su tutti l’intervento di Massimiliano Dona, segretario dell’Unione Nazionale Consumatori. Dona a proposito dei risultati del report Istat sulla povertà afferma che si tratta di: “Una vergogna nazionale, che dimostra come in questi anni non si sia fatto nulla per ridurre le diseguaglianze e aiutare chi ha più bisogno. Urge una riforma fiscale che, finalmente, rispetti l’art. 53 della Costituzione, articolo evidentemente sconosciuto alla classe politica. Per questo chiediamo al Governo di estendere immediatamente il bonus di 80 euro anche agli incapienti, a cominciare da quelli che sono ora costretti a restituire i quattro soldi ricevuti. La riforma fiscale che sta immaginando il Governo non servirà a nulla, visto che si vogliono ridurre le aliquote Irpef centrali”. – continua Dona-“Va tagliata, invece, la prima aliquota o innalzata la no tax area. Altrimenti, ancora meglio, non andrebbe toccata l’Irpef, unica imposta progressiva rimasta e ci si dovrebbe preoccupare di tutti quei balzelli che colpiscono ricchi e poveri in egual misura, indipendentemente dalla loro capacità contributiva, dalle imposte sulla luce a quelle sul gas”. Ottimi i suggerimenti del segretario dell’Unione Nazionale Consumatori. Speriamo, dunque, che Dona abbia il babbo banchiere, così siamo sicuri che Renzi gli darà retta.

Salvatore Recupero

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