Roma, 17 ott – Ita è appena nata ma, a bordo, non c’è posto per tutti. Il taglio degli slot, vale a dire gli orari di partenza e di arrivo nei vari scali, si traduce in un altrettanto drastico taglio sugli aeromobili (ne restano solo 52) e sul personale (2.800 dipendenti quando prima erano oltre 10mila). Non proprio un buon inizio. Ma se gli “interni” non se la passano bene, chi lavorava in altre aziende per conto della vecchia compagnia di bandiera sta peggio.



I dipendenti del call center rimarranno a spasso

Negli ultimi 20 anni il contact center di Alitalia è stato gestito da Almaviva: 570 dipendenti nella sede di Palermo e 60 in quella di Rende a Cosenza. Ci si aspettava che quest’ultimi fossero assunti da Covisian, l’azienda che prenderà il posto del colosso guidato da Tripi. Invece non è così. Attenzione, però, il passaggio al nuovo call center non era una gentile concessione. C’è una legge a parlar chiaro. In questi casi si applica la cosiddetta clausola sociale. Ossia, la disciplina prevista dal comma 10 dell’art.1 della L. 20 gennaio 2016, n. 11: “In caso di successione di imprese nel contratto di appalto con il medesimo committente e per la medesima attività di call center, il rapporto di lavoro continua con l’appaltatore subentrante”.

La disposizione normativa è chiara: chi vince l’appalto deve garantire continuità occupazionale, ossia, in questo caso, assumere chi per un ventennio aveva svolto questa mansione. I dirigenti di Ita, però, non ne vogliono sentire e allora da mesi al ministero del Lavoro si assiste al classico balletto. Un gioco macabro che lascia nel limbo 620 lavoratori.

I sindacati invocano la clausola sociale

Ovviamente, i rappresentanti dei lavoratori sono sulle barricate. Già ad agosto Stefano Conti segretario nazionale Ugl Telecomunicazioni aveva messo dei paletti: “Ita dichiari ufficialmente di voler rispettare la norma che prevede la clausola sociale nel passaggio dei lavoratori per il cambio commessa senza giri di parole”. Secondo Conti “l’applicazione della clausola sociale nel settore delle tlc in questi anni ha garantito la continuità lavorativa a migliaia di operatori, ma da qualche mese a questa parte, come nel caso di Ita e del contact center Inps, stiamo trovando inspiegabilmente enormi difficoltà nel veder riconosciuta questa norma di civiltà”.

Ovviamente chi doveva assumersi le sue responsabilità ha fatto orecchie da mercante lasciando i dipendenti in balia delle onde. Covisian non vuole assumere chi finora ha svolto questo lavoro e cerca di strappare qualche concessione. Si è arrivati alla rottura: sciopero ad oltranza dall’undici fino al 15 ottobre (data in cui la commessa è scaduta).  Cinque giornate di protesta per chiedere “soluzioni che garantiscano la piena occupazione di tutte le risorse coinvolte, le loro retribuzioni e i diritti acquisiti in 20 anni”. Tutto questo non è bastato. La notizia, inoltre, non ha avuto l’eco sperata: per i media quello del call center è un lavoro di serie B.

Non si tratta solo di diritti acquisiti

Il triste epilogo non ci stupisce: come si può sperare che chi rigetta il contratto collettivo nazionale poi applichi la clausola sociale. Lascia scioccati ciò che Ita prospetta al personale: “Tutti saranno assunti con un nuovo contratto di lavoro per assicurare maggiore competitività e flessibilità”. È chiaro, però cosa hanno in mente: buste paga molto più leggere. L’obiettivo è tagliare i costi ma così difficilmente si cresce. Non si tratta però solo difendere il salario o i diritti dei dipendenti. Il discorso riguarda i doveri di chi fa impresa. Le grandi aziende devono rispettare le leggi anche se ne va di mezzo il profitto.

Finora si sono salvate i gruppi controllati dallo Stato. Se ora anche le partecipate si deresponsabilizzano, immaginiamo poi cosa può fare una multinazionale che investe in Italia. Occorre fermare questa corsa al ribasso. Il rischio, per troppi lavoratori è quello di finire nel baratro della perpetua precarietà.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. “I diritti acquisiti in 20 anni” ?! Lo dico con amarezza, ma in Germania una affermazione così fa sbellicare dalle risate… Dobbiamo renderci conto che gli errori si pagano! La vera questione è che non paga, non si dimette, non viene posto al pubblico ludibrio chi ha la responsabilità degli errori ed è in grado di ricattare mezzo mondo. E molta magistratura davanti a ciò, eufemisticamente, scricchiola, per non dire svanisce.

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