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Roma, 21 giu – Si gioca tutto nell’arco di tre mesi, tra 5 maggio e 5 agosto. Due date che potrebbero, nel futuro prossimo, diventare “capisaldi” storici nella storia dell’Ue. Segnando o l’inizio della fine dell’esperienza di integrazione economica e politica del vecchio continente (euro compreso) o la sua ulteriore accelerazione. In questo secondo caso una vittima sacrificale già si prepara: è l’Italia.

La “valanga” Karlsruhe

La prima data è quella dell’ormai famosa sentenza di Karslruhe. Nella ridente cittadina del Baden-Württemberg la Corte costituzionale tedesca ha sancito, per l’appunto il 5 maggio scorso, che il programma Pspp (l’acquisto di Titoli di Stato nell’ambito del Quantitative easing) è un atto che eccede le competenze della Bce, in quanto una scelta di politica monetaria sta manifestando evidenti effetti di politica economica.

Non potrebbe ovviamente essere altrimenti, verrebbe da dire: una posizione che non convince i togati del Bundesverfassungsgericht, per gli amici noto come BVerfG, i quali hanno dato una precisa finestra temporale all’Eurowoter per motivare adeguatamente le proprie decisioni, dimostrando una qualche proporzionalità d’azione – specialmente per quanto riguarda le quote (e le percentuali) di titoli acquistati. Un quesito, quello della Corte costituzionale d’oltralpe, al quale la Bce ha in parte già risposto: con l’estensione del programma emergenziale Pepp e con un evidente sbilanciamento in favore di Italia e Francia, Lagarde e soci stanno di fatto facendo orecchie da mercante.

Inizio della fine dell’euro…

Veniamo così alla seconda data. Il 5 agosto scadono i tre mesi che la Corte ha dato alla Bce per presentare queste motivazioni, in loro assenza imponendo alla Bundesbank di non partecipare più ai programmi decisi a Francoforte. Ciò significa che la Banca centrale tedesca potrebbe non partecipare più alle operazioni sui titoli: a non essere più acquistati sarebbero solo i bund di Berlino (l’80% degli acquisti vengono fatti per tramite delle banche centrale nazionali), con somma gioia dei risparmiatori tedeschi che potrebbero finalmente spuntare un interesse non più negativo. Non solo loro: anche gli investitori internazionali sarebbero invogliati a comprarli, attirati dalla combinazione tassi maggiori/proverbiale solidità del Titolo di Stato germanico. Ne risulterebbe un riposizionamento che andrebbe a discapito, fra gli altri, dei nostri Btp, i quali finirebbero ulteriormente sotto pressione senza che la Banca centrale europea possa a questo punto fare ulteriori sforzi dopo che ha dato fondo alla sua cassetta degli attrezzi. Quasi uno scenario da inizio della fine per l’euro.

La Bundesbank “mollerà” la Bce? Il governatore Jens Weidmann si è detto, pochi giorni fa, pronto a rispettare la sentenza di Karlsruhe. A livello politico il dibattito è invece più aperto e si interseca con la tornata di nomine alla Corte costituzionale stessa (il dispositivo del 5 maggio è stato l’ultimo atti del presidente Andreas Vosskuhle, in scadenza di mandato) che potrebbe portare ad una soluzione di compromesso capace di salvare capra e cavoli. Sia l’uno che l’altro sono però squisitamente tedeschi.

… o Italia commissariata?

Per mettere in salvo l’euro in assenza dei “bazooka” della Bce esistono infatti due strade. La prima è quella già nota e sperimentata: in assenza della possibilità di svalutare il cambio l’unica via percorribile è quella della svalutazione interna, vale a dire il regime di austerità cui siamo condannati dal governo Monti in avanti. La seconda è quella di un’unione fiscale, vale a dire un meccanismo che permetta, tramite una politica di trasferimento di risorse dal centro (le nazioni più avvantaggiare dalla moneta unica) alla periferia (le nazioni più svantaggiate dal cambio sopravvalutato), di riassorbire in questo modo gli squilibri interni generatisi. Se la prima opzione è difficile da far digerire a popolazioni già prostrare da anni di tagli dei salari, riduzione dei redditi e smantellamento dello Stato sociale, la seconda non sembra allo stesso tempo trovare interlocutori disposti ad ascoltare, specialmente se si parla dei cosiddetti “Paesi frugali” che non saprebbero come giustificare, davanti al proprio elettorato, generose elargizioni nei confronti di chi hanno sempre dipinto come cicale scialacquatrici.

Ecco allora il colpo di genio: perché non creare un ibrido che metta insieme le due cose, annacquandone i lati negativi (o i più difficilmente “giustificabili” in termini di propaganda) e contemporaneamente nascondendo sotto il tappeto le trappole insite? Pensiamo ad esempio ad un piano di investimenti gestito a livello centrale, magari articolato in parte su prestiti e in parte a fondo perduto, dove la destinazione delle spese è soggetta a vincoli decisi dalle burocrazie europee secondo i loro desiderata – che spesso e volentieri non coincidono con le nostre esigenze, ma lo diciamo solo per inciso – e le cui elargizioni posso magari essere sospese in caso di inadempienza (decisa secondo i loro criteri, ovviamente), in modo da poter mettere al guinzaglio quegli scialacquatori (come l’Italia, che è in avanzo primario da trent’anni) delle nazioni mediterranee, imponendogli sedicenti “riforme” che fanno sempre rima con austerità. Come dite? E’ proprio ciò a cui punta il Recovery Fund, alias il Mes 2.0?

Filippo Burla

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