investimenti diretti esteri ide bandiere nazionaliRoma, 28 mag – A prima vista potrebbe sembrare un triste primato. L’ennesima classifica nella quale l’Italia si piazza fanalino di coda. In effetti così è, relativamente: nel rapporto che annualmente viene redatto dalla società di consulenza Ernst & Young, nell’ambito degli investimenti diretti esteri il nostro paese si colloca all’ottavo posto nel mondo. Non un valore negativo in assoluto, non fosse che nel raffronto con gli Stati dell’Europa occidentale siamo all’ultima posizione. Gran Bretagna e Germania i capisaldi della graduatoria.

All’interno di un quadro di competizione globale, la capacità di attrarre capitali riveste un ruolo importante. Mostra infatti quella che agli occhi degli investitori transnazionali è la capacità attrattiva di un sistema economico. In ultima analisi, la sua potenzialità di sviluppo e crescita futura. L’Italia sconta sì un deficit in termini comparativi, ma è proprio del tutto negativo quel che non luccica?


Certo gli investimenti internazionali sono cifre -anche consistenti- destinate allo sviluppo. Certo gli investimenti internazionali sopperiscono in parte l’atavica incapacità industriale privata che dopo la svendita delle aziende pubbliche non riesce a compensare il pilastro venuto a mancare. Allo stesso tempo però, i capitali investiti dall’estero non sono certo opere di carità. Checché se ne pensi, l’Italia non è il paese del terzo mondo destinatario di aiuti disinteressati in termini di beneficenza gratuita. Al contrario: gli investimenti rappresentano l’opportunità di mettere le mani su leve importanti del capitalismo nazionale. Parmalat, Bulgari, Lamborghini, Ducati, Telecom Italia sono solo alcuni degli esempi più recenti nei quali la proprietà è passata armi e bagagli in mano a grandi gruppi forestieri. Questo con una mancanza di bidirezionalità, essendo veramente una sparuta pattuglia le imprese italiane che investono all’estero: non in valore assoluto, ma comunque senza almeno pareggiare i valori che prendono la via di Parigi piuttosto che di Berlino.

Oltre alle leve di produzione di ricchezza -che solo in parte rimane in Italia, dato che i dividendi vanno alle casi madre d’oltreconfine- a venire a mancare sono anche le possibilità di poter concretamente assumere decisioni, nel senso più sovrano del termine. Il caso Electrolux è esemplificativo: la proprietà svedese ha posto il suo ricatto occupazionale minacciando il trasferimento e il governo non ha potuto far altro che venire incontro alle esigenze dell’impresa con scarso margine entro il quale trattare. Con buona pace di quel che furono gli esempi di Lino Zanussi e dell’imprenditoria pur tanto, troppo italiana ma capace di portarci, ormai trent’anni fa, al quinto posto nel novero delle potenze industriali. Come ama sottolineare il professor Luciano Gallino: senza capacità nazionali saremo oggetto di venti e umori sui quali nulla potremo. Nella migliore dell ipotesi, il destino di una colonia. Forse ricca, ma pur sempre una colonia.

Filippo Burla

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