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carne[1]Roma, 6 apr – Ieri ed oggi il protagonista sulla tavola degli italiani è l’agnello. Fin qui nulla di nuovo. Ma, a partire dal primo di aprile qualcosa è cambiato. La Coldiretti ha annunciato urbi et orbi che a partire dal primo aprile 2015 entrerà in vigore il Regolamento Ue 1337/2013: “Sull’etichetta delle carni di suino, ovino, caprino e volatili in vendita, dovrà comunque essere riportata una delle due seguenti indicazioni: il luogo in cui è stato allevato e macellato seguito dal nome del Paese d’origine”.

In pratica, arriva la carta d’identità della carne, dalla braciola all’abbacchio, dalle costolette all’arista. Finalmente non sarà più anonima la provenienza della carne fresca di maiale, di agnello e capretto. Per essere certi di portare a casa prodotto al 100% tricolore occorrerà scegliere la carne con la scritta “origine Italia” poiché sta a significare che tutte le fasi, dalla nascita all’allevamento fino alla macellazione si sono svolte sul territorio nazionale.

Ma la braciola tricolore non è sufficiente per rassicuraci. La Coldiretti sottolinea, infatti: “Dalla nuova norma restano ingiustamente escluse le carni di maiale trasformate in salumi. In Italia due prosciutti su tre sono fatti da maiali stranieri ma il consumatore non lo può sapere, e la situazione non è certo migliore per salami, soppressate, coppe o pancette”.

Non parliamo dei soliti regolamenti della Ue. Ad esempio, la lunghezza del cetriolo, la curvatura della banana, la circonferenza delle vongole. Il tema qui è molto più importante.

Si tratta di una svolta importante per le aziende agricole italiane. Finalmente la scelta per i consumatori potrà essere consapevole.  La stessa Coldiretti, però, sottolinea:Le frodi a tavola si moltiplicano soprattutto con la diffusione dei cibi low cost. Il valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffate o falsificate, è aumentato del 277%”.

Un dato, questo, che si basa su un’analisi svolta sulla base dell’attività svolta dai carabinieri dei Nas (Nucleo Antisofisticazioni) dal 2008 al 2014. Se ci limitiamo ai soli dati del 2014 i Nas hanno redatto una black list di Paesi che importano merci contraffatte: “Nella classifica dei paesi di provenienza dei prodotti a rischio si colloca al primo posto la Cina al secondo la Turchia e al terzo l’India, tutti Paesi da cui s’importano cibi a basso costo dal concentrato di pomodoro alle nocciole”.

Quindi, il vero problema del settore agroalimentare in Italia non riguarda quello che viene venduto fuori dai nostri confini ma ciò che finisce sulle nostre tavole. I dati forniti dal WTO (World Trade Organization) parlano chiaro: “Dopo l’irruzione della Cina e degli altri Brics, l’Italia maniene il 72,6% delle quote di export rispetto al 1999. Performance migliore di quelle di Usa (70,2%), Francia (59,8%), Giappone (57,3%), Regno Unito (53,4%) ”.

Ma quanti italiani potranno permettersi l’acquisto di carni nostrane? Ben pochi. Si guarda il prezzo più che l’origine del bene acquistato.

Secondo l’Istat, infatti: “Nel quarto trimestre 2014, l’indice dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori diminuisce dell’1,3% rispetto al trimestre precedente e del 3,0% rispetto allo stesso periodo del 2013”. In brevis, meno soldi in tasca ai contadini e costi più alti per i consumatori. Questo comporta che chi fa la spesa si accontenta del low cost con le conseguenze sopra espresse.

Anche se l’applicazione del Regolamento Ue 1337/2013 è un notevole passo avanti. Tante sono le sfide che dovrà affrontare il settore agroalimentare italiano. Se, infatti, è vero che i prodotti italiani dominano sui mercati mondiali, noi però non possiamo accontentarci degli scarti. Insomma, non basta una certificazione Ue per ridarci la nostra sovranità alimentare.

Salvatore Recupero

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