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Le piantagioni richiedono nuovi schiavi

by La Redazione
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leo-dicaprioRoma, 14 nov – Servono nuove braccia per i nostri campi. Chissà perché, di origine immigrata. La richiesta, brutale, arriva dalla Confederazione italiana agricoltori, che tuttavia ritiene opportuno celare l’arido reclamo dietro la consueta retorica umanitarista.

Commentando il Dossier statistico immigrazione 2013 presentato ieri dal Centro studi Idos e dall’Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio (Unar), infatti, la Cia reclama apertamente più immigrati da destinare al lavoro nei campi. “Nell’ultimo anno – leggiamo nel comunicato – a dispetto della crisi economica, il numero degli occupati stranieri nel settore primario è cresciuto di 7 mila unità, raggiungendo quota 320 mila, di cui oltre 128 mila extracomunitari. D’altra parte, si tratta di una fetta rilevante del comparto: oggi i lavoratori stranieri rappresentano oltre il 20 per cento del totale della manodopera aziendale”.

Ancora: “Più in dettaglio poco più della metà dei lavoratori stranieri (53,8 per cento) è impiegato nella raccolta della frutta e nella vendemmia; un terzo (il 29,9 per cento) nella preparazione e raccolta di pomodoro, ortaggi e tabacco; il 10,6 per cento nelle attività di allevamento; il 3,2 per cento nel florovivaismo e il restante 3,5 per cento in altre attività come l’agriturismo o la vendita dei prodotti. I dati in aumento sull’occupazione immigrata in agricoltura confermano, ancora una volta, il fatto che si tratta di una componente strutturale e irrinunciabile della manodopera del settore -spiega la Confederazione- e che l’agricoltura, anche in tempi di crisi, è una risorsa preziosa per l’economia del nostro paese. Ciò significa che ora occorre proseguire con sempre più convinzione sulla strada della semplificazione e con azioni mirate a favorire l’ingresso e l’integrazione degli stranieri, che anche in termini demografici sono vitali per la società italiana. Insomma, semplificazione per l’inserimento lavorativo e integrazione sono la strada giusta”.

La Cia conclude lancianndo un avvertimento al governo: “Il fabbisogno di manodopera straniera resta ancora forte da parte delle imprese agricole. Occorrerà, quindi, molto buon senso per trovare soluzioni equilibrate che non mettano a rischio la già difficile situazione vissuta dal nostro settore”.

Chi sia, oggi in Italia, che chiede l’apertura indiscriminata delle frontiere è ormai chiaro. Il fatto che ci si rivolga in primis alla manodopera immigrata è di per sé indicativo: se le condizioni di lavoro e i compensi fossero realmente equi basterebbe attingere al sempre più vasto bacino della disoccupazione autoctona, anziché deportare nuove braccia dagli altri continenti. Ai partiti e agli intellettuali di sinistra lasciamo il compito di sciogliere la contraddizione fra l’angelismo delle parole d’ordine filo-immigrazioniste e la realtà vissuta ogni giorno nei campi di pomodori.

Giorgio Nigra

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