Eni Enel FinmeccanicaRoma, 3 lug – Il mercato borsistico italiano, storicamente, non ha mai mostrato grande vitalità. Frammentato il nostro sistema industriale, articolato lungo la rete di piccole e medie imprese che prediligono il canale bancario a quello più “strutturato” della finanza, e in ultimo realtà in molti, moltissimi casi controllate dal ristretto ambito familiare. Non il contesto migliore per la diffusione di strumenti che in altri paesi sono la regola, più che l’eccezione.

La particolarità italiana ha conosciuto nel tempo una serie di aggiustamenti volti ad incentivare lo sbarco a Piazza Affari. Scarsi i risultati: a fare una media dell’ultimo decennio, gli ingressi in borsa si contano, ogni anno, in non più di una quindicina di nuove quotazioni. Uno dei principali imputati è la struttura d’azienda considerata troppo “familistica”, con gli imprenditori che difficilmente riescono ad accettare una presenza ingombrante (e non sempre amichevole) esterna.

E’ da qui che si sviluppa una proposta, poi trasformata in legge (la n. 91 del 24 giugno) inserita del decreto sviluppo varato dal governo Renzi, recante «Misure di semplificazione a favore della quotazione delle imprese e misure contabili». La principale innovazione riguarda la possibilità di modificare gli statuti delle società per azioni introducendo le cosiddette azioni a «voto maggiorato», fino ad un massimo di due voti per ogni azione e limitatamente ad alcune di esse. Si supera così un principio cardine, sancito dall’articolo 2351 del codice civile, che prevedeva l’attribuzione di un voto ogni quota. Con la modifica intervenuta si tenta l’approccio indiretto ad incentivare l’apertura al mercato, consentendo di mantenere il controllo di diritto dell’azienda pur senza detenerne la maggioranza assoluta. Quanto la misura possa risultare efficace è ancora da vedersi, ma al momento sono almeno due i rilievi da farsi.

Anzitutto, siamo di fronte ad un problema di natura sia giuridica che imprenditoriale. Al di là del ribaltamento del diritto commerciale ad uso e consumo del mercato, con l’attribuzione di azioni a voto plurimo solo ad alcuni soggetti viene meno il necessario collegamento fra investimento e rischio d’impresa. Logica vorrebbe infatti che a parità di capitale impegnato i rischi e le opportunità siano divisi equamente fra i diversi soggetti. Non così con le azioni a voto maggiorato, che aprono dunque spazi a possibili abusi.

In secondo luogo, non è da escludere che l’innovazione legislativa nasconda altro. Non è un mistero che, già a partire dai “sondaggi” preventivi condotti a suo tempo da Fabrizio Saccomanni, il governo abbia riaperto il dossier privatizzazioni. La recente quotazione di Fincantieri e le già avviate procedure per far sbarcare in borsa Enav e Poste Italiane potrebbero essere solo l’antipasto. Nel mirino sono infatti Eni, Enel e Finmeccanica, dove il ministero controlla, direttamente o indirettamente, una quota del 30% che al momento garantisce spazi di manovra ancora in parte sicuri. Se si dovesse procedere alla modifica degli statuti societari attribuendo le azioni a voto plurimo allo Stato, quest’ultimo potrebbe fin dimezzare la propria quota, attestandosi al 15% circa e mantenendo comunque, nelle ipotesi che si prefigura l’esecutivo, il controllo di fatto. Ipotesi tutte da verificarsi: non è un mistero che nelle ultime assemblee dei soci -pur su temi non di primaria importanza- i fondi comuni di investimento abbiano giù più volte mandato il governo in minoranza.

Filippo Burla

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