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Liberismo FarmaceuticoRoma, 23 feb – La corporazione dei medici e degli speziali (i farmacisti) è una delle più antiche e potenti sin dai tempi di Dante Alighieri. Neanche il governo Renzi è riuscito a spazzare gli interessi di questa antica casta. Il DdL concorrenza voluto dall’esecutivo ha dato un colpo al cerchio e una alla botte.

Intanto cerchiamo di capire cosa è realmente cambiato. Due sono i punti più discussi: la vendita dei farmaci da banco (quelli senza prescrizione medica) e l’ingresso di imprenditori non farmacisti nella proprietà delle farmacie. Sul ring quindi abbiamo Federfarma che rappresenta gli interessi dei farmacisti e dall’altra parte la grande distribuzione (le Coop in primis).

I primi hanno ottenuto uno stop alla vendita dei farmaci da banco nei supermarket ma subiranno l’apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali. I secondi potranno investire in un mega franchising di capsule, pillole e supposte. Per capire meglio quanto si è detto basta riportare i comunicati stampa della Federfarma e delle Coop.

I farmacisti denunciano dal loro sito www.federfarma.it: “Il provvedimento del governo è pericoloso in quanto già la Corte di Giustizia Europea nel 2009 che ha riconosciuto come affidare la proprietà della farmacia a non farmacisti comporterebbe una riduzione dell’indipendenza professionale.  Secondo la Corte, i produttori e i commercianti all’ingrosso di prodotti farmaceutici potrebbero pregiudicare l’indipendenza dei farmacisti stipendiati, incitandoli a smerciare medicinali il cui stoccaggio non sia più redditizio o procedere a riduzione di spese di funzionamento che possono incidere sulle modalità di distribuzione al dettaglio di medicinali”.

Le Coop rispondono per le rime: “Liberalizzazione vuol dire anche essere liberi di spendere meno. Nei Coop Salute i farmaci da banco costano mediamente un -25/-30 % rispetto allo stesso farmaco acquistato in farmacia. I benefici generati da una seppur parziale liberalizzazione – sostiene Coop – sono indubbi e sotto gli occhi di tutti. Non c’è motivo per arretrare su un’esperienza assolutamente positiva che ha rivelato la maturità di comportamento dei cittadini consumatori: nessun fenomeno di accaparramento, viceversa acquisti corretti e consapevoli esercitati in spazi definiti e delimitati”.

Questo dibattito però non dice nulla sull’oggetto del contendere ossia il farmaco. Se le medicine sono un prodotto come tanti altri non si capisce perché non venderle al supermercato insieme al the o al caffè. Quindi se è così non c’è la necessità di avere un commesso farmacista. Mica il salumiere è laureato in agraria. Ma se i farmaci sono qualcosa di diverso dalla mortadella, è necessario capire a chi giova la liberalizzazione.

Per esempio le multinazionali dei farmaci potrebbero trarre qualche beneficio. Un conto, infatti, è promuovere il prodotto contattando ogni farmacista, altro è piazzare lo stesso in poche catene che lo vendono all’ingrosso come la nutella. I farmaci come i dolci, dunque. Con le conseguenze che in questi anni abbiamo visto. Per esempio, l’abuso degli antibiotici ha reso gli stessi inefficaci e sono calate le normali difese immunitarie. Il consumo di un prodotto farmaceutico ci rende schiavi di esso. Né più né meno della cocaina e dell’eroina.

Rebus sic stantibus, questa terapia fa rima con eutanasia.

Salvatore Recupero

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