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Roma, 27 gen – La battaglia sul commercio globale arriva a Davos, in occasione dell’annuale incontro dei grandi della politica e dell’economia mondiale, dove ha creato non poco scompiglio la scelta dell’amministrazione americana di intervenire con pesanti dazi a tutela delle proprie produzioni nazionali. Una decisione che ha sollevato critiche pressoché unanimi, dalla Merkel a Macron passando per Cina e Corea del Sud (due dei paesi più colpiti dalla tassazione sui beni importanti) e finendo anche nello scontro tutto intestino al centrodestra fra Salvini e Berlusconi.
La contromisura adottata da Washington trova giustificazione nella necessità, ha spiegato il dipartimento del commercio Usa in una nota, di “difendere i lavoratori americani”. Tanto che, come ha sottolineato Trump in occasione del forum svizzero, gli Stati Uniti “non tollereranno più pratiche scorrette nel commercio internazionale, solo insistendo su un commercio giusto e reciproco possiamo creare un sistema che funziona non solo per gli Usa ma per tutti i Paesi”.
Il presidente americano mette così l’accento sulle asimmetrie portate dalla globalizzazione, con i produttori alla caccia delle migliori (o peggiori, a seconda dei punti di vista) condizioni di lavoro al fine di comprimere i costi all’osso e rosicare qualche margine in più. Una strategia che può valere sul breve/medio periodo, ma che sul lungo termine rischia di collassare su sé stessa: il capitalismo ha risolto il problema della produzione, non quello della distribuzione dei redditi, elemento necessario al fine di mantenere in efficienza il sistema – alias il mercato – stesso. E qual è la miglior strategia di distribuzione dei redditi, se non quella di distribuire lavoro alle giuste condizioni?
Va da sé che le delocalizzazioni produttive rappresentano l’antitesi di ciò, in una continua corsa al ribasso che sposta ricchezza dalle nazioni più ricche a quelle meno ricche, il tutto a detrimento delle prime. Trump da uomo di business l’ha capito benissimo: da qui la scelta di intervenire con dazi doganali che non rappresentano altro che un necessario correttivo a distorsioni che sono vera e propria concorrenza sleale a svantaggio di tutti. Pensare d’altronde che una competizione possa considerarsi onesta quando gli attori in gioco soggiacciono a regole – contratti di lavoro, tassazione, politica monetaria – fra loro spesso agli antipodi (pensiamo ad esempio alla sopravvalutazione dell’euro rispetto invece alla costante svalutazione operata della Cina) significa avete un’idea quantomeno fuori fase dei rapporti economici. Al di là di un necessario intervento pubblico in determinati settore, laddove un mercato funziona è solo perché si fonda su regole chiare, precise e valide per ogni “giocatore”. E i dazi rappresentano probabilmente la miglior forma di regolamentazione a beneficio di tutti.
Filippo Burla



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6 Commenti

  1. Secondo me Trump ha voluto lanciare un messaggio alla Kulona non fidanzabile, visto che le regole economiche europee le detta lei. Alla faccia della libertà e pari dignità di tutti i Popoli europei.

  2. Difendere Trump solo perché dice una cosa apparentemente affine alle teorie sovraniste è poco corretto. L’america è l’ultima a potere fare la morale al prossimo in materia di pratiche commerciali scorrette. Sono 30 anni che la loro tecnologia in ambito automobilistico ed elettrodomestici si copre di ridicolo dinanzi a quella giapponese, se ora perdono colpi anche con coreani e cinesi che si guardino in casa. Peraltro, prima di lodare trump ricordatevi che i dazi distruggeranno le nostre esportazioni food&beverage mentre milioni di italiani ingoiano cocacola e mcdonalds. Questo qui è lo stesso che vuole far morire di fame i palestinesi “perché non negoziano” (non capisco cos’altro possano concedere…) fate un po’ voi

  3. […] Sarà dunque guerra commerciale fra gli Usa e l’estremo oriente? Al di là delle motivazioni ufficiali di Pechino, che vorrebbe ricondurre il tutto ad una “ordinaria” attività di misure e contromisure diplomatiche, la Cina ha da tempo adottato una strategia di sviluppo che non punta più solo sull’export di prodotti a basso costo, ma ha affiancato a ciò l’obiettivo di sviluppare il mercato interno. Se dunque fino ad oggi il fu celeste impero ha solo che tratto beneficio della deregolamentazione degli scambi transnazionali, ora è forse arrivato il momento di ripensare il proprio modello economico. E con la scusa di rispondere all’aggressività Trump confermano nella pratica un assunto sparito da anni dall’astratta teoria dei manuali accademici, cioè che i dazi sono una misura imprescindibile – se non la misura per eccellenza – di disciplina…. […]

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