veneto banca assembleaMontebelluna (Tv), 1 giu – Ve lo ricordate il Veneto, terra d’imprenditori, di distretti industriali,  protagonista dell’Italia quinta e poi addirittura quarta potenza economica del mondo? Ecco: non esiste più. Renzi, che notoriamente porta scalogna, ha fatto in tempo a pronunciare lo sciagurato requiem della fine del capitalismo di relazione che un’intera impalcatura e pilastro dell’industria italiana si è sgretolato sotto i nostri occhi.



I casi di Veneto Banca e Popolare di Vicenza non sono infatti crisi finanziarie. O almeno, lo sono negli effetti, non nelle cause. Perché il problema va ben oltre la tecnicalità delle azioni vendute agli sportelli a 40 euro e oltre ma ora collocate nella forchetta di prezzo tra 10 e 50 centesimi, decisione criminale e scellerata. La vera questione è quel che c’è dietro. Perché i due istituti – e come loro, prima, Etruria, CariFe, CariChieti, Banca Marche – non sono banche d’affari internazionali finite strangolate in un’azzardata speculazione. Non sono protagonisti, ma comprimari: e come tali soffrono una presenza esterna, che in questo caso è la crisi dell’economia reale che, nonostante gli zerovirgola di sedicente ripresa sbandierati dal governo, di ripartirne non ne vuole sapere. Costringendo così le banche a fare i conti con i cosiddetti non performing loans, i prestiti incagliati in investimenti e scoperti finiti a finanziare attività manifatturiere che nessuno, a partire dall’esecutivo, considera ormai più come strategiche.

La banca, però, come organismo a sé stante, vuole sopravvivere. E’ per questo, ad esempio, che da Montebelluna si sono lanciata in una crescita dimensionale anche fuori dal territorio di riferimento: un modo per far quadrare i conti, ma se il Veneto non ride, è sicuro che le altre regioni piangono. Ecco allora che i problemi si acuiscono, la pezza è peggio del buco e lo fa ancora più grande, attinge a risparmi e patrimoni, di privati ed aziende, messi da parte in una vita di sacrifici e lavoro, facendoli finire nel tritacarne di una moneta troppo sopravvalutata per far sopravvivere la nostra economia e nella svalutazione domestica per far sopravvivere l’adesione italiana all’euro ma comprime la domanda interna trascinando con sé un patrimonio industriale costruito in decenni.

Ve lo ricordate il Veneto? Sarà ancora per lungo tempo un modello: di quello che ci aspetta nei prossimi anni.

Filippo Burla

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2 Commenti

  1. In un filmetto di qualche anno fa del guitto Diego Abantatuomo, costui interpretava un industriale veneto “razzista” che auspicava la scomparsa dei migranti. Naturalmente il contesto del film era volutamente denigratorio verso la comunità veneta e metteva in risalto che i migranti fossero le vere “risorse” dell’economia veneta e senza di loro il Veneto sarebbe sprofondato nella miseria. Ora nella realtà in Veneto (e in Italia) stanno sparendo le piccole e medie imprese che hanno avviato il miracolo economico della regione e i migliori giovani. In compenso aumentando gli allogeni in cui il contribuito si trasume in rapine, stupri, fancazzismo, risse, ecc..,. Direi che tutta l’Italia ex industrializzata si sta avviando al modello di Detroit, allogeni che diventeranno maggioranza in una società che rispecchierà le loro putride patrie. Con buona pace della morale di Abantatuomo e di chi dice che i migranti sono una ricchezza!. Nel film suddetto veniva auspicato che i migranti venissero spazzati dalla pioggia, io più modestamente da un mare di vomito e merda.

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