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occupazione giovanile europaRoma, 28 apr – “Domenica primo maggio: onoriamo la Festa del Lavoro non solo con le cerimonie ufficiali ma con un Cipe (Il Comitato interministeriale per la programmazione economica) straordinario che stanzierà 2,5 miliardi di euro sulla ricerca e un miliardo di euro sulla cultura“. Questo è quanto annunciato ieri dal premier Matteo Renzi nella sua e-news.  Inoltre il nostro presidente del consiglio ha fatto il punto sull’attività di governo, in particolare sulle norme legate al terzo settore: “Sulle leggi stiamo andando benino. In due anni abbiamo fatto una bella svolta. Legge sull’Autismo, fatta. Legge sul Terzo settore, siamo alla terza definitiva lettura. Legge sul Dopo di noi, siamo alla seconda (spero) definitiva lettura. Legge sulla Cooperazione internazionale, fatta Legge sulle Unioni civili, siamo alla seconda definitiva lettura”.

Attenzione, però, Renzi stavolta non parla del Jobs act. Come mai? Facciamo un piccolo passo indietro. Circa quarantotto ore prima della e-news del governo, Eurostat (l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea) diffondeva i dati relativi al 2015 sull’occupazione dei lavoratori più giovani nei paesi europei. Ebbene, nonostante il jobs act e gli sgravi contributivi, l’Italia rimane fanalino di coda per quanto riguarda i dati sull’occupazione giovanile. Per capire meglio la situazione è bene scorrere brevemente questa classifica. Ai vertici dei paesi europei dove è più facile trovare giovani impegnati nel mondo del lavoro troviamo la Svezia, che raggiunge l’80,5%, seguita dalla Germania e dalla Gran Bretagna, che superano il 75%. A seguire Danimarca, Estonia e Olanda. Il nostro Paese invece resta nei posti bassi. Ultima (si ferma al 60,5%) insieme alla Croazia e alla Spagna, ma penultima rispetto alla Grecia, l’Italia è fanalino di coda al 54,9%.  Sembra dunque ancora in salita la strada per il nostro Paese, visto che l’obiettivo occupazionale fissato per il 2020 è pari al 67% e al momento non è stato ancora raggiunto (-6,5pp).

Le intenzioni di Renzi, però, erano assai diverse. Correva l’anno 2014 quando il governo dava il via libera ai primi due decreti attuativi del jobs act. L’evento fu salutato dal premier con queste parole: “È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa. Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere”. Due anni dopo l’Eurostat nel suo studio ci dimostra che politiche del governo sul lavoro si sono rivelate quantomeno fallimentari. Ma, anche costose. Il centro studi della Uil, a dicembre 2015, aveva messo nero su bianco la costosa inefficacia dei provvedimenti del governo in materia di occupazione. Secondo la Uil: “Elaborando i dati su base annua, media degli undici mesi del 2015, e il risultato – rispetto allo stesso periodo del 2014 – è un aumento di circa 185.000 occupati dipendenti, in gran parte lavoratori a termine (115.000) e solo 70.000 posti fissi. Se si tiene conto che il governo Renzi ha destinato circa due miliardi nel 2015 e oltre tre nei prossimi anni per incentivare il lavoro stabile, se ne deduce che ogni posto fisso in più è costato ai cittadini oltre 25.000 euro”.

Nonostante il quadro a tinte fosche, i giovani disoccupati possono star tranquilli. Sempre nella e-news di ieri Matteo Renzi affermava che “il lavoro che verrà in Italia sarà creato anche e soprattutto dalla scommessa sul capitale umano: ricerca e cultura smettono di essere i settori da tagliare e diventano quelli su cui investire”. L’occupazione, dunque, come una scommessa. In pratica, cercare lavoro sarà come giocare al gratta e vinci.

Salvatore Recupero

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