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Roma, 3 gen – Il 2021 per l’economia italiana inizia così: dal Governo partono 50 milioni di cartelle esattoriali e dalle banche, le amiche banche, partono le norme Eba. Basterà uno scoperto minimo sul conto per essere segnalati alla centrale dei rischi come cattivi pagatori. Così in pieno pandemonio economico, troviamo da una parte lo Stato che recupera e le Banche che restringono, e dall’altro migliaia di imprese e partite iva che chiudono o, in crisi pandemica, provano a sopravvivere; e tutti, quasi tutti, zitti, distanziati e in zona rossa. Come se si vivesse ormai in mondi molto distanti e diversi, ma forse è proprio così: di certo non sembra che ci sia una piena comprensione dell’entità, e della profondità, del disastro economico e sociale; e dei necessari rimedi, rimandati a futuri progetti, a task force, e a comitati vari.



Economia italiana: un disastro

Le crisi scoppiate per la pandemia hanno radici profonde. Dal 2008 il PIL italiano è in costante decrescita infelice: il tasso di crescita è passato dal 3,5% del 2000, l’ultimo anno della Lira, al – 5,5% del 2009, per poi brancolare intorno allo zero e l’uno sino al 2019, e crollare, secondo i dati di Banca d’Italia, al -9% nel 2020. Una contrazione della ricchezza nazionale così prolungata nel tempo, e precedente alla crisi pandemica, impressionante. La ripresa economica, dopo la crisi finanziaria del 2008, non c’è stata. C’è stato invece un declino industriale costante, alimentato da incredibili misure di politica economica restrittive e punitive, o marginali come il reddito di cittadinanza, dalle costanti dismissioni dl patrimonio nazionale, dall’erosione dei servizi pubblici, e dal crollo degli investimenti.

Black Brain

Gli investimenti pubblici e privati sono diminuiti dal 2007 al 2012 di ben cinque punti percentuali rispetto al Pil, hanno poi arrancato e non si sono più ripresi, per poi ricrollare naturalmente nel 2020. Secondo il rapporto di previsione dell’autunno 2020, del Centro Studi Confindustria, alla caduta del Pil, – 10% rispetto al 2019, si aggiunge quella dei consumi interni, – 11%, degli investimenti fissi lordi, – 15,8%, delle esportazioni, -14,3%, e naturalmente dell’occupazione, – 10,8%. A salire, del 10%, è solo l’indebitamento della pubblica amministrazione. La figura che segue mostra l’inesorabile e rapido declino dell’Italia industriale, con una produzione crollata (numeri indice) dal 2008 al 2013 di ben 30 punti, per poi stazionare, seppur con lievi ripresine sino, al 2019; un sistema industriale già molto fragile ben prima del pandemonio della pandemia.

Imprese e investimenti, dati drammatici

Nel 2007 le imprese manufatturiere erano 390.486: Dal 2009 al 2012, gli anni della Grande depressione, hanno cessato di esistere 54.474 imprese (Dati Unioncamere) . Secondo il recente report dell’Istat sulle imprese, nel 2020 hanno chiuso 73mila aziende manifatturiere e 17mila non riapriranno. Secondo Confcommercio nel 2020 hanno chiuso oltre 390 mila imprese del commercio, soprattutto nei settori dell’abbigliamento, bar e ristoranti, trasporti, tutta la filiera del tempo libero; e di queste 240 mila esclusivamente a causa della pandemia. Sempre Confcommercio stima la chiusura per circa 200 mila professionisti.

In questo quadro, dalle tinte fortemente scure, emerge la progressiva perdita di fiducia dei consumatori e degli imprenditori, con conseguente diminuzione della propensione a consumare e ad investire, che a sua volta ha innescato un circuito vizioso ancora più declinante, favorito dalle strette creditizie, soprattutto nei confronti delle piccole e medie imprese e delle partite iva. La figura che segue, relativa all’immatricolazione dei nuovi veicoli, mostra chiaramente il crollo in questo indicativo settore: dai 3,3 milioni di nuovi veicoli del 2007 agli 1,6 del 2013, con una leggera ripresa negli anni successivi. Un dato che è la sintesi della depressione, degli investimenti, dei consumi e della fiducia nel futuro. Con buona pace alla retorica delle auto elettriche, biciclette, della mobilità dolce, dei monopattini elettrici e affini.

Povertà e denatalità

Siamo insomma passati dall’essere la quinta potenza economica mondiale nel 1992 ad essere un Paese dove, secondo l’Istat, nel 2019, quasi 1,7 milioni di famiglie, circa 5 milioni di persone, sono in uno stato di povertà assoluta; 3,3 milioni di famiglie, 8,8 milioni di persone, vivono in povertà relativa. A questa situazione molto complessa si aggiunga la grave, e triste, crisi demografica, con sempre meno nascite, e un saldo da un decennio negativo: mentre nel 1980 in Italia sono nati circa 660 mila bambini, nel 2019 i nuovi nati erano di poco superiori alle 420 mila unità. Ben 240 mila bambini in meno. Prosegue quindi la dinamica negativa che dal 2008 ha ridotto di circa ¼ il numero annuo di neonati, in poco più di un decennio. E in un Paese sempre più povero, vecchio e spopolato, l’unica comunità nazionale che cresce risiede all’estero. Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana, con molti giovani laureati, è aumentata del 76,6%.

L’attacco all’economia italiana

È realistico supporre che, data la profondità della caduta di attività, il conseguente restringimento della base imprenditoriale, la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e, soprattutto, il forte arretramento della domanda interna, una parte della riduzione del prodotto potenziale sia permanente. La cessione della sovranità monetaria, ed economica, all’Unione Europea, i tanti vincoli derivanti dai trattati europei e dalle varie Basilea, che hanno reso l’accesso al credito molto problematico, insieme ai mancati investimenti delle pubbliche amministrazioni, stanno spazzando via l’offerta delle piccole e medie imprese italiane, ed interi distretti industriali, dallo scenario competitivo internazionale. Dopo il progressivo declino della grande impresa italiana tramite le operazioni di smembramento e cessione del mondo IRI, la crisi si sta violentemente abbattendo sulle piccole e medie imprese italiane, sull’artigianato, sul sistema del distretto industriale, dell’ingegneria o dell’elettronica, dell’abbigliamento e delle calzature, delle piastrelle e delle macchine utensili.

Un attacco competitivo al Sistema Italia, sferrato da competitor interni ed esterni, che forse inizia nei primi anni 90, preparatori all’entrata nell’euro e alla cessione della sovranità monetaria; un attacco che è certamente riuscito a smantellare le partecipazioni statali ed è da diversi anni impegnato ad acquisire gran parte del nostro made in Italy, ora in mani estere, dalla moda all’alimentare, dai trasporti all’elettronica, e sta infine attaccando la classe artigiana, sommergendola di tasse, di debiti e infine negandogli i crediti. Con buona pace della stucchevole retorica del locale e dei piccoli prodotti di origine controllata.

Un 2021 a tinte fosche per la nostra economia

I governi tecnici e politici, che conoscono, o dovrebbero conoscere, molto bene i principi dell’economia, hanno volutamente applicato durante la grande recessione iniziata nel 2007 misure pro cicliche e quindi restrittive, della domanda e dell’offerta; misure che hanno fortemente indebolito il sistema economico nazionale, arrivato quindi già molto debole di fronte alla crisi pandemica del 2020. Le categorie produttive italiane, e quindi le piccole e le medie imprese, attaccate da una forte concorrenza internazionale, da standard globali inadatti a particolarità e tradizioni locali, sembrano senza alcuna protezione istituzionale; sono anzi vessati di tasse che incentivano le dismissioni più che gli investimenti, e con un sistema del credito sempre più stretto e complicato da norme e trattati, distantissimi dalla realtà delle imprese locali.

Il risultato dell’assenza di una politica monetaria e industriale, e di una contemporanea attivazione di una politica dell’austerità fiscale e finanziaria, è che molte imprese hanno chiuso e molte, in tutti i settori, dall’alimentare all’abbigliamento, dai trasporti all’energia, dalle assicurazioni alle banche, sono passate a proprietà estere. Quindi il patrimonio economico nazionale è diminuito ed è fuori controllo, e il ceto medio, vera e propria locomotiva dello sviluppo industriale italiano, dal quale è certamente nato il fenomeno del made in Italy nel mondo, è sempre più povero e timoroso: quando le imprese, per diversi motivi, chiudono, il lavoro semplicemente finisce. E che il 2021 inizi con misure di austerità fiscale e finanziaria, con milioni di cartelle esattoriali e milioni di conti in rosso, è tragicamente simbolico del distanziamento sociale, non solo di natura sanitaria.

Una classe politica che ha scelto il distanziamento

Dunque si è creato nel nostro paese un clima di diffusa instabilità, ostile per chi studia, per chi produce e per chi consuma, e anche per chi nasce. E in questo clima sono esplosi i numeri del declino nazionale, come visto, impressionanti. E le cause di questo incredibile declino sono diverse: una prima radice dei problemi è la perdita della sovranità con la cessione delle scelte di politica economica, prima monetaria e poi fiscale, dovute all’adesione senza deroghe all’euro, ben preparata dalla cultura dominante che dagli anni 90 ha portato alle cessioni, dettate dai mantra della deregulation e delle liberalizzazioni, di grandi e storici patrimoni nazionali.

La stessa cultura dominante che ha poi costruito l’antipolitica e ha facilitato l’avvento di una nuova classe politica trasformista, incosciente e ancora più impreparata delle precedenti a comprendere l’entità delle crisi e a contrastare il declino. Una classe politica che in piena emergenza nazionale fa partire 50 milioni di cartelle esattoriali e sanziona pesantemente milioni di piccoli conti in rosso, che quindi continua a percorrere simbolicamente la via dell’austerità fiscale e finanziaria. Una classe politica che non sa e non può fare di meglio, e che ha scelto il distanziamento.

Gian Piero Joime

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