carlo cottarelliRoma, 28 ago – La storia italiana dell’intervento pubblico nell’economia è un mare magnum che ha visto, nel tempo, stratificarsi più livelli. Oltre allo stato centrale, con ancora le varie partecipazioni detenute nelle quotate Eni, Enel, Finmeccanica e altre, ad agire molto spesso sottotraccia sono stati gli enti locali.

Motivo di questo attivismo, che vede protagonisti principalmente i comuni, è da ricercarsi in almeno due fattori. Anzitutto la maggiore flessibilità di utilizzo dello strumento societario che, oltre a creare qualche poltrona in più da distribuire, permette di oltrepassare parte della burocrazia. In secondo luogo i vincoli (spesso assurdi) del patto di stabilità interno, che hanno in qualche modo imposto ai sindaci all’epoca la scelta di finanziare gli investimenti al di fuori dai loro bilanci, in modo da non impattare sui saldi degli stessi.

Una sintesi di questo tipo di esperienze è, negli anni, difficile da tracciare. Accanto a realtà degne di nota si affiancato storie opache, anche eccessi. La recente ricognizione operata dal commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli fornisce qualche cifra in più: il 27 % delle società, più di una su quattro, non sarebbe in grado di garantire quanto meno la sostenibilità dei propri conti. Sulle 5.268 censite, inoltre, 144 registrano un patrimonio netto nullo o negativo, situazione ancora peggiore del “semplice” rosso di bilancio. In ogni caso, sono dati non così allarmanti, se la vulgata comune vorrebbe il pubblico sempre e comunque inefficiente.

Le maggiori criticità si registrano in quelle partecipate, che spesso vedono il comune come unico socio, di modeste dimensioni. Più crescono i livelli di fatturato e più si riduce infatti la percentuale di chi si trova in sofferenza. E’ per questo che, con il decreto sblocca-Italia prossimo venturo, si agirà su questo nodo che, stanti le dimensioni della problematica, si può a ragione definire gordiano.

L’intervento prevede risparmi per almeno 2 miliardi di euro, nonostante sia «difficile fare stime», ammette Cottarelli. Obiettivo è quello di portare il numero delle partecipate dalle attuali circa 8.000 a massimo 3.000, tramite l’eliminazione di chi non eroga servizi essenziali e l’accorpamento di altre che svolgono attività simili fra loro, principalmente nell’ambito della raccolta dei rifiuti e dei trasporti. Un’ottica molto aziendalista, rafforzata anche dall’esplicito appoggio di chi, come Scelta Civica, vorrebbe una limata ancora più drastica: tagli indiscriminati per le partecipazioni in società non quotate, anche se profittevoli; contestuale cessione obbligatoria entro sei mesi; eliminazione immediata delle società con meno di dieci addetti, senza la minima cura di analizzare ciò che queste effettivamente “fanno”.

La prospettiva è tipicamente orientata all’efficientamento, più che alla tutela della forma di fornitura dei servizi attualmente garantiti. Se mai, logica avrebbe voluto che si definissero prima gli ambiti di intervento del settore pubblico e, solo successivamente, si procedesse alla razionalizzazione. In tempi di revisione della spesa, che è poi la versione edulcorata dei tanto famosi tagli lineari, non è evidentemente possibile.

Filippo Burla

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