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Roma, 4 lug – Dopo una lunga gestazione è operativo Patrimonio Rilancio, lo strumento del Ministero dell’Economia e delle Finanze, gestito da Cassa Depositi e Prestiti per sostenere le imprese italiane con fatturato superiore a 50 milioni di euro. Questo è quanto riporta il comunicato stampa ufficiale. Il nome promette bene, vediamo in concreto di cosa si tratta.



Come funzionerà Patrimonio Rilancio

Patrimonio Rilancio nasce per supportare la patrimonializzazione delle imprese medio-grandi italiane (quotate e non) colpite dall’emergenza Covid-19. Lo strumento, alimentato da risorse del Ministero dell’Economia e delle Finanze e gestito da Cassa Depositi e Prestiti, prevede “una gamma di soluzioni per soddisfare le esigenze di rafforzamento patrimoniale, con processi di richiesta e valutazione integralmente digitali, rapidi e semplificati”. Tre saranno gli ambiti di operatività del nuovo strumento: Fondo Nazionale Supporto Temporaneo (Fnst), Fondo Nazionale Strategico (Fns), Fondo Nazionale Ristrutturazioni Imprese. Andiamo con ordine.

Il primo è legato alla crisi economica innescata dalla pandemia. Il Fnst, infatti, è dedicato a interventi temporanei in “aziende che hanno subito impatti derivanti dall’emergenza COVID-19, coerenti con le misure previste dalla Commissione Europea nel Quadro Temporaneo per le misure di aiuti di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID-19″. Le imprese, in sintesi, avranno la possibilità di chiedere finanziamenti a condizioni agevolate.

Poi c’è il Fns. In questo caso, si esce dal quadro temporale contingente per supportare in maniera strutturale l’economia nazionale. Il Fondo nazionale strategico, infatti, è dedicato ad “investimenti di lungo periodo in imprese caratterizzate da solide prospettive di crescita”, per supportarne i piani di sviluppo. Inoltre, sono previsti anche “interventi nel capitale di imprese strategiche quotate tramite acquisti sul mercato secondario”. Ovviamente le modalità e gli schemi d’intervento vanno di volta in volta condivisi con il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Infine c’è il Fondo Nazionale Ristrutturazioni Imprese. Esso è dedicato agli interventi in aziende caratterizzate da temporanei squilibri patrimoniali e finanziari, ma con adeguate prospettive di redditività futura.

Tirando le somme, Patrimonio Rilancio prevede una serie di potenziali interventi da parte del Mef atte a fornire alle imprese la liquidità necessaria a rafforzarsi nel breve, medio e lungo termine. Ora la palla passa agli imprenditori.

Le aziende quotate propongo il “modello francese”

Se una società è in crisi può (anzi deve) sapersi interfacciare con il Mef. Finora molte società hanno preferito cercare liquidità presso fondi di private equity, ora le cose cambiano. Se hanno bisogno di soldi possono citofonare a Via XX Settembre. Scherzi a parte, lo stanziamento non serve se nessuno è capace di chiedere il finanziamento.

A quanto pare, però le grandi società sono pronte a raccogliere la sfida seguendo l’esempio francese. Infatti, secondo Patrizia Grieco, presidente di Assonime (associazione italiana che riunisce le società per azioni), dobbiamo seguire l’esempio di quelle nazioni europee che stanno supportando “le imprese strutturalmente sane la cui solvibilità sia a rischio a causa della crisi, alcuni paesi europei”. La Francia, sottolinea la Grieco, ha messo in atto dei “piani di sostegno alla ricapitalizzazione”, basati sull’offerta di una garanzia pubblica parziale sull’offerta di quasi equity da parte delle banche e degli investitori istituzionali”. In pratica, lo Stato si fa garante usando strumenti finanziari (i quasi equity) il cui rimborso o rendimento è strettamente connesso con l’andamento dei flussi di cassa del progetto imprenditoriale destinatario dell’investimento. Per molti imprenditori in crisi di liquidità, o meglio, con le tasche vuote, sarebbe una boccata d’ossigeno.

A detta del presidente Assonime è “un modello di sostegno che si potrebbe replicare in Italia, reindirizzando a tale scopo parte delle risorse già messe a disposizione attraverso il Patrimonio Rilancio gestito da Cdp”. L’obiettivo è quello di consentire alle imprese medio-piccole l’accesso diretto al mercato di capitali limitando i rischi di una possibile stretta creditizia. L’idea è buona, ma non basta. Per realizzare questo progetto abbiamo bisogno di una classe imprenditoriale che sia all’altezza di questo compito. Al momento, nonostante alcune lodevoli eccezioni, sono in pochi a voler raccogliere la sfida. Gli stranieri comprano ciò che gli italiani mettono in vendita. Detto questo, non possiamo liquidare così facilmente il riferimento alla Francia.

L’Ue e il tabù dell’intervento pubblico

Come mai il liberista Macron sposa le ragioni dell’economia mista in barba ai Trattati costituitivi dell’Ue? Semplice, non può e non vuol fare altrimenti. Il capo dell’Eliseo può essere anche un liberista ma la sua nazione non lo è affatto. Non si tratta solo di protezionismo come nel caso dello scontro con Fincantieri per i Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire.

Ci sono settori strategici su cui lo Stato non molla l’osso: basti pensare a Stellantis. La Francia crede fermamente nell’intervento pubblico nell’economia. Quest’ultimo si declina in molti modi. Infatti, oltre alla Caisse des Dépôts et Consignations (l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti) c’è L’Ape (Agence des participations de l’État). Una società pubblica (molto simile alla nostra Iri) creata però nel 2004 quando noi avevamo già smantellato l’ente voluto da Beneduce. Parigi, però, non è sola. Berlino grazie alla Kreditanstalt für Wiederaufbau (Kfw), riesce ad immettere liquidità nel sistema senza generare debito pubblico. La politica ha tanti strumenti per depotenziare i Trattati su cui si regge l’Ue. Alcune nazioni lo fanno, altre no. Noi al momento facciamo parte del secondo gruppo.

Non possiamo limitarci a seguire le raccomandazioni della Commissione Europea. Anche perché nessuno sano di mente può pensare di uscire da una crisi economica spaventosa solo grazie a ristori, sostegni e prestiti agevolati. Le potenzialità non ci mancano. Ad esempio, Cassa Depositi e Prestiti che non può limitarsi a gestire il Patrimonio Rilancio. Essa potrebbe essere a tutti gli effetti una banca pubblica, difatti in molti casi lo è. Basta volerlo.

Salvatore Recupero



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