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h_bors poste italianeRoma, 6 mar – Niente collocamento ma passaggio a Cassa Depositi e Prestiti, con maxicedola per gli azionisti. E’ su queste indiscrezioni che oggi, in una giornata al ribasso per i listini, Poste Italiane svetta con un robusto +4,5% in Borsa Italiana.

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La cessione di un ulteriore 30% del gruppo era prevista già dall’inizio dell’anno, parte del programma di privatizzazioni che ha visto Poste Italiane sbarcare a Piazza Affari nell’autunno del 2015 con un’operazione più che discutibile dal lato della convenienza economica. Non che ora le prospettive siano migliorate, data la volontà di procedere ulteriormente con l’uscita dello Stato dal perimetro aziendale. E di farlo con una scelta ancora più complessa dal punto di vista societario.

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Stando alle ultime notizie, infatti, il ministero dell’Economia starebbe pensando ad un trasferimento del 30% ancora in suo possesso a Cassa Depositi e Prestiti, che della società dei recapiti detiene quota analoga passata nelle sue mani poco dopo la privatizzazione di un anno e mezzo fa. Niente collocamento in Borsa dunque ma scambio con Cdp, a sua volta controllata dal Tesoro stesso e che proprio della rete di Poste Italiane si avvale per distribuire i propri prodotti finanziari e che, inoltre, garantisce buona parte del debito pubblico italiano. Un intreccio fatto a matassa complicata da dipanare, frutto anche della discussione in un Pd alla ricerca della sua identità “di sinistra” e i cui esponenti hanno, dopo anni di saldi pubblici, cominciato ad interrogarsi sull’opportunità di svendere attivi importanti.

Ancora più complicato l’aspetto tecnico dell’operazione, che prevede un maxi-dividendo da un miliardo aggiuntivo con il quale Cassa Depositi e Prestiti finanzierebbe circa metà dell’operazione. Somma impegnativa, non in linea con i conti aziendali: l’ultimo bilancio annuale parla di utili per 552 milioni nel 2015, diventati 565 nei primi sei mesi dell’anno scorso. Anche qualora il 2016 abbia chiuso con l’ultimo rigo di conto economico superiore al miliardo di netto, ciò basterebbe a giustificare la cedola straordinaria ma non il dividendo ordinario che si affiancherebbe alla prima. In altre parole, Poste Italiane sarebbe chiamata a privarsi di risorse in misura superiore al reddito prodotto. Scelta non inusuale, rientra a pieno diritto all’interno delle cosiddette politiche di bilancio. Ma indubbiamente sintomatica di un assalto alla diligenza – come se un lavoratore si licenziasse per intascare il tfr, rimanendo poi però senza stipendio – al fine di racimolare quanto possibile per far contenta la Commissione Europea e le imposizioni su debito e deficit.

Filippo Burla

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