Roma, 1 mag – Nel Decreto Lavoro annunciato dal governo, è prevista – tra le altre cose –  un’importante novità per i datori di lavoro: “Un incentivo per un periodo di 12 mesi, nella misura del 60% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali”. Riguarderà coloro che assumeranno, dal 1 giugno al 31 dicembre 2023, giovani under 30 cosiddetti Neet. Quest’ultimo è termine ormai tristemente noto, preso a prestito dall’acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training. Traduzione sin troppo semplice: Neet è colui che non studia, non lavora e neppure sta affrontando specifici percorsi formativi. Una sorta di generazione perduta, vittima della crisi, a lungo dimenticata da un sistema che non prevede misure efficaci per l’introduzione dei giovani nel mondo del lavoro. La stessa generazione che se adeguatamente supportata, potrebbe altresì assicurare all’Italia la tanto auspicata crescita economica. L’incentivo pensato ad hoc dal governo, è senza dubbio positivo, ma difficilmente basterà a imprimere una svolta determinante.

Primo Maggio, i dati sui giovani Neet italiani

L’Italia mantiene un triste record proprio sui Neet. Stando infatti all’ultimo rapporto Eurispes del 2022, in Italia sono il 25,1%, a fronte del 18,6% della Spagna, del 19% della Bulgaria e del 21% della Grecia. Dati più sconfortanti sono reperibili soltanto fuori dall’Europa: in Turchia i Neet sono il 33,6%, in Montenegro il 28,6% e in Macedonia il 27,6%. Sempre in base al rapporto Eurispes, si evince che in Italia vi è poi un divario sia geografico che di genere. La gran parte dei Neet si trova al Sud: Sicilia (30,3%), Calabria (28,4%), Campania (27,3%), Puglia (23,6%), Sardegna (21,8%), Molise (20,3%). E degli oltre 3 milioni di Neet italiani, 1,7 milioni sono donne.

Tuttavia, se menzionate senza ulteriori considerazioni, queste percentuali potrebbero apparire poco significative relativamente ai giovani che lavorano. E’ bene dunque precisare che in Italia il 45% degli occupati tra i 15 e i 29 anni, lavora con un contratto a termine. E come se non bastasse la possibilità di un giovane tra i 25 e i 39 anni di passare da un contratto a termine a un contratto a tempo indeterminato è piuttosto bassa: appena il 7%, a fronte di una probabilità più che tripla in Paesi europei come Danimarca, Portogallo e Ungheria. Non siamo ancora un Paese per giovani.

Alessandro Della Guglia

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2 Commenti

  1. Il fatto è che studiare, lavorare, lavorare-studiando, studiare-lavorando è come fare le flessioni… devi farlo ogni gg. (o quasi), per rendere e se parti “scarico” rendi meno, ma molto meno. E la corrente alternata fa male, alla faccia di Tesla. Corrente continua ora e sempre.

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