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Privatizzazioni per fare cassa? No, grazie.

by La Redazione
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Una lunga serie di esternalizzazioni che aveva messo infrastrutture, risorse umane e interi campi di estrazione nelle mani di investitori stranieri. Una strategia di internazionalizzazione che aveva fatto uscire dal paese 14 mila milioni di dollari di asset, operazioni nascoste sotto il velo della dismissione di “non core-activities” che avevano generato un risultato economico disastroso.

Questo, in poche battute, era lo stato dell’industria degli idrocarburi in Venezuela nel 1998; con un’azienda di stato che regalava il petrolio agli Stati Uniti (-40% sul prezzo praticato ad altri paesi) e accumulava un debito pari a 14’626 milioni di dollari.

Fra le cinque maggiori compagnie petrolifere del mondo e proprietaria di quasi un quinto delle riserve provate di petrolio; un numero di lavoratori che si attesta sulle 94 mila unità, capitali per 185’420 milioni di dollari e un surplus che nel 2012 ha abbondantemente superato i  4 mila milioni di dollari. Questa è la nuova PDVSA, posseduta interamente dallo stato per previsione costituzionale.

In mezzo a queste due realtà, diametralmente opposte, ci sono quindici anni di quello che Hugo Chavez, leader della rivoluzione bolivariana, ha definito “socialismo del XXI secolo”. Un socialismo vicino a quello cubano ma che supera consapevolmente l’ideologia comunista, con una politica estera votata all’unificazione dell’America latina in un solo blocco, libero dalla famigerata politica del “giardino di casa” degli Stati Uniti, e un fronte interno fortemente concentrato sul raccorciamento delle distanze sociali e sulla mobilitazione delle masse.

In questo quadro, l’enorme patrimonio di risorse naturali a disposizione dei venezuelani è stato una leva fondamentale dei programmi sociali chavisti, le cosiddette missioni che in pochi anni hanno dotato gratuitamente ogni cittadino di assistenza medica e istruzione di ogni livello; che hanno ridirezionato il credito verso la piccola proprietà terriera e la costruzione di abitazioni popolari.

Con due importanti momenti di produzione normativa, nel 1999 e nel 2002, il governo ha completamente rivoluzionato l’assetto dell’industria del petrolio e del gas naturale: fra gli altri vale la pena ricordare l’aumento dei tassi di royalty, la stabilizzazione dei flussi fiscali in entrata e un sistema di governance fortemente legato alle linee guida del Ministero dell’Energia e del Petrolio e alle previsioni contenute nei Piani Nazionali di Sviluppo dell’industria degli idrocarburi.

Non solo le grandi misiones, nell’ottica di creazione di una nuova consapevolezza sociale delle fasce più basse della popolazione e di creazione di una nuova classe dirigente bolivariana la PDVSA è impegnata nella creazione di una fitta rete di progetti di sviluppo locale.

In Italia, qualche anno prima delle elezioni che portarono al potere il colonnello Chavez, davanti al porto di Civitavecchia stazionava il Britannia, il panfilo della casa reale inglese a bordo del quale venne svenduto l’immenso patrimonio industriale italiano di proprietà pubblica. Con la stessa scusa utilizzata per la PDVSA, vennero svenduti il comparto tessile (al tempo fra le cinque migliori società al mondo del settore) e chimico di Eni. Con la stessa scusa, oggi, sotto l’egida dei governo Letta, viene svenduta l’Ansaldo ai koreani.

Armando Haller

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