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Quadro generale dell’occupazione

Roma, 2 feb – Secondo l’ultimo rapporto Istat sull’occupazione, appena rilasciato, a dicembre 2015 la stima degli occupati diminuisce dello 0,1% (meno 21mila persone occupate). Il calo è determinato dagli indipendenti (-54 mila) mentre crescono i dipendenti, in particolare quelli permanenti (+31 mila). Il tasso di occupazione, pari al 56,4%, rimane invariato rispetto al mese precedente.

La stima dei disoccupati a dicembre aumenta dello 0,6% (+18 mila). La crescita riguarda gli uomini e le persone tra 25 e 49 anni. Dopo il calo registrato nei mesi precedenti (-1,0 punti percentuali tra giugno e novembre), il tasso di disoccupazione sale nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali, attestandosi all’11,4%. A dicembre, inoltre, la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,1% (-19 mila), sintesi di un calo degli uomini e di una crescita delle donne. Il tasso di inattività rimane invariato al 36,2%. Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo ottobre-dicembre 2015 diminuiscono i disoccupati (-2,4%, pari a -70 mila), sono in lieve calo anche le persone occupate (-0,1%, pari a -26 mila), mentre crescono gli inattivi (+0,2%, pari a +32 mila).

I dati sul breve periodo non raccontano però il quadro a più lungo termine, che è assai più fosco di quanto sembri e sottende una realtà allarmante. Con riferimento al periodo 2004-2016, infatti, il quadro occupazionale generale mostra un aumento consistente della “forza lavoro”, cioè occupati più disoccupati, di circa 1,5 milioni di individui, evidentemente legata in buona parte al consistente apporto di immigrati in considerazione della decrescita demografica di lungo termine della popolazione naturale. All’aumento della forza lavoro non è affatto corrisposto un aumento numerico degli occupati, se non e marginalmente fino all’irrompere della crisi del 2008-2009, mentre è cresciuto sensibilmente il numero di disoccupati almeno dal 2011 in poi, di circa un milione di unità: un regalo avvelenato dei governi non eletti e della stessa immigrazione dequalificata e incontrollata.

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Tipologie di occupazione

Per quanto concerne le tipologie di occupazione, a fronte di una sostanziale stagnazione dei dipendenti a tempo indeterminato e anche di quelli a tempo determinato (“precari”) – questi ultimi tuttavia in leggero aumento nell’ultimo anno – il numero degli “indipendenti” (partite Iva, ecc) è diminuito nel lungo termine di circa un milione di unità, attestandosi recentemente sotto i 5,5 milioni di persone, segnale del fallimento del modello del “lavoro fai-da-te” che nelle intenzioni doveva compensare la crisi del lavoro dipendente.

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Situazione dell’inattività

Per quanto riguarda la piaga dell’inattività, il numero totale di soggetti che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione è rimasto pressoché costante nel lungo periodo, ma è letteralmente esploso nella fascia d’età dei giovanissimi (15-24 anni), passando dal 63% al 74%, mentre – fatto forse ancora più grave – è aumentato di oltre sei punti percentuali, portandosi verso il 30%, tra quelli appena più grandi (25-34 anni), segnale della fatica a trovare un lavoro anche dopo i cicli scolastici e causa della crescita della pressione sui patrimoni familiari e i redditi dei più anziani, oltre che evidenza della difficilissima integrazione nel mercato del lavoro dei giovani immigrati dequalificati: figuriamoci allora del relativo contributo al sistema pensionistico, come illustrato recentemente su queste colonne.

Un quadro, quindi, pesantemente negativo, segnale di un’economia stagnante che, nonostante la congiuntura molto temporaneamente favorevole sul versante dei prezzi delle materie prime, priva com’è di una visione industriale di largo respiro e di una progettualità degna di questo nome, deprime la domanda attraverso la marginalizzazione numerica (e retributiva) del lavoro e in particolare i giovanissimi e i giovani, la repressione della cui vivacità produttiva ed economica rappresenta un vulnus potenzialmente fatale per l’intero sistema, in grado di propagarsi come un’onda fino alla relativa ricchezza delle famiglie e il vero e proprio tesoro sociale delle pensioni.

Francesco Meneguzzo

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