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Roma, 10 feb – Ha spiazzato molti il sì della Lega al Recovery Fund, in sede di voto al Parlamento europeo sul relativo regolamento. Un vero e proprio cambio di passo rispetto all’astensione che gli esponenti del Carroccio avevano espresso in sede di commissione meno di un mese fa. Il partito di Salvini si affianca così alla “maggioranza Ursula” (Pd, M5s, Italia Viva e Forza Italia) non per puntellarla – il provvedimento avrebbe comunque ottenuto il via libera e, in ogni caso, mancano ancora numerosi passaggi prima che il piano prenda compiutamente vita – bensì come una sorta di apertura di credito nei confronti del venturo governo Draghi.

Il sostegno a Draghi dietro al sì della Lega al Recovery Fund

Proprio all’ex governatore della Bce bisogna guardare per comprendere il perché della decisione della Lega sul Recovery Fund. Nel corso delle consultazioni, infatti, sarebbero emerse rassicurazioni da parte del premier incaricato in merito al fatto che non siano in programma aumenti di tasse. In special modo per quanto riguarda quelle sulla casa.

Dettaglio non da poco, dato che fra le condizioni per accedere alle risorse Recovery Fund (come la Lega stessa denuncia da tempo) vi è l’aderenza alle raccomandazioni specifiche per Paese, quelle che l’Ue redige al termine del ciclo di sorveglianza sulle politiche economiche degli Stati membri altrimenti noto come “Semestre europeo”. Le ultime pre-pandemia (anno 2019) parlavano per l’appunto di riduzione della spesa pubblica, revisione (al rialzo) dei valori catastali e riforma delle pensioni. Da qui a dire, come ha fatto la Lega per giustificare in qualche modo il proprio voto, che l’austerità sia “archiviata”, però, ne passa eccome.

Le rassicurazioni sono del tutto insufficienti

Se le rassicurazioni di Draghi sono apprezzabili, allo stesso tempo risultano insufficienti. Altrimenti dovevamo dare per buone anche le parole di Gentiloni e Dombrovskis, i quali giuravano che il Mes “sanitario” fosse senza alcuna condizionalità. Non era così, perchè le garanzie verbali di due commissari non si possono considerare come fonte del diritto. Tanto più che i regolamenti che disciplinavano – e disciplinano – il funzionamento del Mes sono rimasti intatti. Non è un caso che, Cipro a parte (peraltro già sotto tutela del Meccanismo), a nessuno sia mai passato per l’anticamera del cervello di accedervi.

Il discorso è identico per quanto riguarda i sedicenti “aiuti” europei. D’accordo, Draghi ha una statura indubbiamente superiore rispetto a Conte e Gualtieri, che in Europa partivano in ginocchio e tornavano totalmente sdraiati. E però la levatura internazionale non basta a superare il fatto che il sì della Lega al regolamento sul Recovery Fund arrivi a scatola chiusa. Senza, cioè, che siano affrontati i nodi delle condizionalità connesse all’erogazione delle risorse. A partire dal Patto di Stabilità per arrivare al già citato tema delle raccomandazioni specifiche, che restano più volte richiamate. Carta canta.

Ci leghiamo mani e piedi all’Ue: ne valeva la pena?

Una vera e propria trappola, che ci lega mani e piedi all’Ue da qui ai decenni a venire. Senza, peraltro, alcun beneficio tangibile dato che eravamo, siamo e rimarremo contribuenti netti al bilancio comunitario. Insomma: soldi nostri, che ci concedono gentilmente di spendere ma alle condizioni dettatte da Bruxelles, per investimenti che non affrontano i nodi strutturali dei nostri problemi più urgenti (a partire dalla domanda interna – e dire che gli spazi, con bilancia commerciale e dei pagamenti in attivo record da anni e l’Italia diventata creditore netto sull’estero, ci sarebbero) e sotto un ricatto perenne che non è detto basti Draghi a superare. Alla Lega che a questo Recovery Fund ha – per ora (e sospendiamo il giudizio sul calcolo politico sotteso) – dato il proprio assenso ci permettiamo di chiedere: ne valeva veramente la pena?

Filippo Burla

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2 Commenti

  1. Nel frattempo vi sorbite la transizione ecologica.
    Ma avete capito cos’è.
    Provate a spulciare su Wikipedia i significati di transizione.

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